RAFFAELE   FRATICELLI

 

……poeta dialettale Abruzzese……

 

Il  3 Luglio 2006        PATRIZIA DI MUZIO  si è laureata all’Università di Chieti-Pescara-  discutendo una bellissima e interessante  tesi su Raffaele Fraticelli.

E’ un onore pubblicare  gran parte di quella tesi ……..con argomenti in linea con questo sito……  Gianni Di Muzio……………….

                    

 

UNIVERSITà degli studi “G. D’Annunzio”

Chieti – Pescara

 

Facoltà di Lettere e Filosofia

 

 

 

 

Tesi di Laurea

in

linguistica italiana

 

 

 

Il dialetto abruzzese

nell’opera poetica

di Raffaele Fraticelli

 

 

 

 

 

LAUREANDA                                RELATORE

Patrizia Di Muzio                             Chiar.mo Prof. Marcello M. de Giovanni

 

 

                                                                 

CORRELATORE

Chiar.mo Prof. Luciano Vitacolonna

 

 

 

 

Anno Accademico 2005-2006

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Questo lavoro affronta la valutazione linguistica e critica dell’opera di uno dei più conosciuti poeti dialettali abruzzesi contemporanei.

Si tratta del poeta teatino Raffaele Fraticelli, noto soprattutto in area adriatica anche come operatore culturale, avendo svolto per circa un cinquantennio un’intensa opera di divulgazione della poesia e del folklore regionale nelle scuole e attraverso la radio, dove negli anni Cinquanta ha tenuto una rubrica radiofonica di successo, impersonando la figura di Zi’ Carminuccio, una sorta di affabulatore e di critico popolare del costume e dell’attualità sociale.

È rilevante anche la sua attività in campo teatrale, che appare con tutta evidenza in occasioni distanti circa Venticinque anni l’una dall’altra: il volume Abruzzo teatro del 1988, in cui c’è la traduzione in versi dell’opera pirandelliana L’uomo dal fiore in bocca e Carminelle de lu vente, che sono due storie drammatiche di solitudine, e infine le affabulazioni del personaggio spassoso e nostalgico di Carminuccio che tenta di emanciparsi anche nel linguaggio al mondo borghese, ma con un forte rimpianto per i valori morali e sociali del mondo contadino; la seconda occasione è rappresentata dalla traduzione in versi dialettali abruzzesi di alcuni brani del II atto del capolavoro teatrale dannunziano La Figlia di Iorio del 2004.

In queste due occasioni nelle quali prevalgono traduzioni di testi noti della letteratura italiana, è manifesto l’esercizio di sperimentazione delle capacità espressive del dialetto nei confronti della lingua italiana nella varietà letteraria di tenore aulico, nel Dannunzio e di tenore medio nel Pirandello.

L’interesse per il linguaggio teatrale dialettale e per il folklore, porta Fraticelli alla redazione dei testi dialogici della rappresentazione sacra popolare del miracolo del “Lupo di Pretoro” ad opera del monaco benedettino S. Domenico Abate.

L’intervento di Fraticelli ha così valorizzato la leggenda agiografica pretorese, ed oggi accanto alla festa del primo giovedì di Maggio della sagra “Dei serpari” di Cocullo, si registra un importante richiamo turistico anche nel comune della provincia teatina con lo spettacolo folkloristico del lupo.

Dopo una rassegna del rapporto tra lingua e dialetto nella storia linguistica italiana (capitolo I) e i cenni di letteratura dialettale in Abruzzo, il presente lavoro passa in rassegna la figura, l’opera e le valutazioni critiche riscosse dal poeta.

Segue poi un’analisi delle caratteristiche linguistiche della poesia fraticelliana sia dal punto di vista tematico, sia dell’uso dello specifico strumento linguistico che risulta essere il registro medio del dialetto di Chieti.

Dal punto di vista tematico il Fraticelli predilige i problemi sociali della emancipazione della classe contadina e pertanto ama approfondire la psicologia degli umili, i personaggi tipici, i problemi della famiglia, la vita paesana, i valori caratteristici del mondo del lavoro.

La predilezione demologica della tematica poetica, induce, il poeta alla scelta di un registro dialettale molto aderente all’uso reale e quotidiano del dialetto abruzzese che può essere definito della varietà chietina-pescarese di koinè regionale.

Si tratta di una varietà di dialetto regionale di ampia comprensione, molto simile a quella adoperata da Modesto Della Porta, però esente da particolarità fonetiche marcate.

Pur accettando l’italianizzazione del dialetto, il Fraticelli non rinuncia nelle scelte stilistiche all’uso di voci tipiche del dialetto abruzzese, per esempio ricordiamo le parole: abberrutà trovata in Canti d’incontro del 2003 che significa avvolgere, abbetecchie presente in Fronne con il significato di avvoltolare, ammarrunì che si trova in Giorni di festa e dintorni, il quale è significativo per il fatto ha il significato di misura invecchiata, proprio perché marrone, ciavele presente in Fronne con il significato di farfalla, mahulette che trovata in Giorni di festa e dintorni, è una voce gergale e vuol dire lamentela, lucciacappille inserita in Lu canestre che ha il significato di lucciola, ma che deriva da cappella, ovvero capocchia del chiodo, che parrebbe porgere l’idea di luce piccola della grossezza della testa di un chiodo, pendantiffe inserito in Canti d’icontro con il significato di medaglione d’oro e tattavella usata nella Figlia di Iorio che nelle opere del poeta prende il significato di ciarlare, ma che nella realtà ha il significato di battola del mulino.

Tra questi esempi risalta una particolare competenza, conoscenza e attenzione verso il patrimonio lessicale del dialetto abruzzese, che gli permette anche la costruzione di neologismi dialettali come lupià che ha il significato di lupiare, ovvero abbaiare come fanno i lupi.

Con quest’ultimo esempio è possibile affermare che Fraticelli non si limita ad una visione archeologica del vernacolo e quindi al semplice uso dei termini tradizionali, ma ne ha saputo interpretare in varie occasioni la potenzialità creativa, introducendo termini nuovi funzionali alla metafora poetica; l’esempio lampante è la parola “mirecardini[1] presente in Fronne che con il significato di lustrini di vetro colorato, è un’espressione tipicamente fraticelliana.

“Per queste caratteristiche il poeta si pone a metà strada tra il filone popolare e popolareggiante (rappresentato da Modesto Della Porta) e il filone colto (rappresentato da Fedele Romani, Luigi Illuminati, Cesare De Titta e altri)della letteratura dialettale abruzzese moderna e contemporanea”[2]


1. LINGUA E DIALETTO NELLA STORIA LINGUISTICA ITALIANA

         Nell’intraprendere uno studio sull’uso attuale del dialetto, risulta necessario analizzare le prime fasi della nostra lingua e la sua originaria matrice: il latino. Esso fu la lingua di una delle civiltà più evolute e fiorenti, ovvero la civiltà di Roma che con il suo impero diffuse il latino in gran parte dell’Europa e oltre.

            Discendente dal ceppo indoeuropeo, nella sua forma scritta si andò definendo nell’età aurea, quindi tra la fine delle Repubblica e i primi tempi dell’Impero romano. Fu grazie agli scrittori che questa lingua si conservò nel tempo diventando la lingua ufficiale dell’era romana. Accanto al latino scritto, detto classico, esisteva un latino popolare o latino volgare cosiddetto da vulgus, popolo.

            Il sermo plebeius, il rusticus, il cotidianus, il militaris, erano esempi delle complesse articolazioni che il parlato andava assumendo. Quindi i linguaggi dei plebei, dei campagnoli, della vita quotidiana e dei soldati risultavano più liberi da vincoli grammaticali, più realistici della lingua scritta e sottolineavano una diversità a livello sociolinguistico che li faceva esprimere in modo diverso dalle persone colte. “Il concetto di latino volgare finì, dunque, per mescolare due elementi di natura disomogenea, una componente sociolinguistica (sincronica) e una componente diacronica.”3 In effetti, il latino mutò nel tempo “tanto che territori dell’Impero conquistati in epoca diversa ricevettero un latino in parte differente, o non furono più raggiunti da certe innovazioni che si svilupparono successivamente.”[3] L’estensione territoriale dell’Impero romano non produsse, dunque, un’unità linguistica assoluta.

Le differenze geografiche e sociali, contribuirono all’evoluzione del latino: esso si espanse in maniera più incisiva in Iberia, Gallia, Rezia, Norico, Dalmazia, Dacia e in una parte del Nord Africa. Inoltre “i tempi, i luoghi e i modi diversi della colonizzazione romana influirono sull’evoluzione e sulla differenziazione del latino.”[4]

Nelle province, anche a causa delle invasioni barbariche, la lingua si allontanò dal latino parlato a Roma, provocando la nascita delle lingue romanze o neolatine. I tre ceppi principali di queste lingue nati dalla progressiva frantumazione del latino, furono la lingua del sì (dal sic latino equivalente a “così”) o italiano; la lingua d’oc (da hoc equivalente a “questo”) nella Francia meridionale o Provenza; la lingua d’oil (da hoc illud, letteralmente questo-quello) delle regioni settentrionali della Francia.

Nel primo medioevo o età di mezzo,quindi “epoca che separa la civiltà classica greco-latina dal periodo umanistico”[5], la lingua in uso, cioè il medio latino, attinse ancora pienamente al latino volgare e si andò definendo anche grazie all’influenza del Cristianesimo che contribuì ad introdurre voci e significati nuovi. Le date fondamentali che segnarono il distacco tra il latino scritto e parlato furono l’813 anno del Concilio di Tours, nel quale si stabilì che i vescovi dovessero predicare in lingua romana rustica affinché i fedeli potessero capire e l’842 quando, il giuramento di Strasburgo fu formulato in francese e in tedesco.

Era il segnale che i due popoli avevano difficoltà a capire il latino e ormai avevano una lingua propria. “In Italia, fra l’VIII e il IX secolo, molti testi latini rivelavano tracce volgari, specie in documenti toscani, come il verbale d’interrogatorio senese del 715, ovvero un atto di compravendita pisana del 739 o altri ancora.”[6] Ma il vero primo documento che attestò la nascita dell’italiano fu la Carta Capuana del 960, placito o verbale di un giudice per una contesa su alcune terre.

Da questo momento in poi andarono accentuandosi le diverse attestazioni di un uso paraletterario del volgare come gli scritti in marchigiano, in cassinese e altri ancora. “Si trattò di varianti locali del volgare del sì che non potevano ancora dirsi dialetti, poiché il dialetto si definiva in rapporto ad una lingua dominante. Fra gli idiomi del sì, il toscano acquistò col tempo un superiore prestigio per motivi letterari, ma anche per motivi economici e politici, relegando le altre parlate al rango di dialetti, con un processo graduale dal ‘300 al ‘500.”[7]

Nel ‘300 fautore di una prima classificazione dell’Italia dialettale fu Dante Alighieri con la sua opera De Vulgari Eloquentia. “Il giudizio di Dante nacque dunque, oltre che da una fiducia profonda nelle possibilità della nuova lingua, da un’istanza di divulgazione o comunicazione più larga ed efficace.”[8]

In quest’opera Dante sottolineò la superiorità del volgare per la sua naturalezza. Composto durante l’esilio fu il primo trattato sulla lingua e sulla poesia volgare. Nel libro fece una rassegna delle varietà di volgare parlate nella penisola italiana: “trattò questi argomenti dopo aver svolto un discorso introduttivo in cui vennero toccate questioni di tipo storico, a partire dalle origini del linguaggio umano.”[9]

Cominciò dalla Bibbia dove si narrava la creazione dell’uomo, unica creatura dotata di linguaggio. Attraverso il racconto biblico, risalì all’origine del linguaggio e delle lingue mettendo in risalto la vicenda della torre di Babele, torre questa costruita dai popoli antichi, i quali pensavano di poter con essa arrivare a Dio. La punizione divina fu proprio la differenziazione dei linguaggi da popolo a popolo, in modo che non potessero tra loro comprendersi.

Quindi “la storia delle lingue naturali, nella loro varietà, incominciò proprio qui: loro caratteristica era il mutare nello spazio, da luogo a luogo, e nel tempo, visto che le lingue medesime erano tutte soggette ad una continua trasformazione.”[10] Per definire i caratteri del volgare letterario, Dante procedette seguendo la diversificazione geografica e spaziale delle lingue naturali.

Concentrò la sua attenzione sull’Europa, “dove nei paesi del Nord e del Nord-Est (che noi diremmo germanici e slavi) si parlavano lingue in cui si si dice ; nei paesi del Centro-Sud si parlava la lingua d’oil (il francese), la lingua d’oc (il provenzale), il volgare del sì (l’italiano); in Grecia e nelle zone orientali era diffuso il greco.”[11] Arrivò così a trattare della sola area italiana esaminando le parlate locali alla ricerca del volgare migliore.

La conclusione fu che nessuna era degna del volgare illustre: definì infatti impure non solo il piemontese, il sardo, il friulano, ecc., ma colpì anche il toscano e il fiorentino. Le migliori parlate erano però a suo dire il siciliano e il bolognese, lingue queste che spiccavano anche nella letteratura.

Le teorie dantesche erano si affascinanti perché introducevano il discorso sui volgarizzamenti, i quali, “consentivano di accertare quale peso l’eredità classica avesse prima del suo trionfo sulla cultura italiana”[12], ma molto lontane dalle tesi quattrocentesche che cercavano di chiarire la storia della nascita dei vari dialetti. Infatti si può affermare che “una vera tradizione di studi sulla storia della nostra lingua ebbe inizio proprio con gli umanisti della prima metà del quattrocento, i quali, si interrogarono sulla situazione linguistica al tempo di Roma antica.”[13] Loro cercarono le cause che portarono alla fine della romanità, al crollo di una civiltà splendida.

Si chiesero come parlavano gli antichi romani; due furono le ipotesi: quella di Biondo Flavio (grande studioso delle antichità romane) il quale, credeva che al tempo di Roma si parlava una sola lingua, ovvero il latino corrotto per cause esterne: la venuta dei popoli barbari che causarono la nascita dell’italiano. Biondo attribuì la corruzione e la contaminazione della lingua più precisamente ai Longobardi, invasori giunti nel VI secolo, considerati più rozzi e privi di rispetto per il latino. Quindi per lui l’italiano era solo un prodotto delle disgrazie della storia.

L’altra tesi fu di Leonardo Bruni, umanista fiorentino, convinto che nell’antica Roma non si parlasse un latino omogeneo, corrottosi con le barbarie, ma che ci fossero due diversi livelli di lingua, uno alto detto letterario, l’altro basso del popolo. Proprio da quest’ultimo si sarebbe sviluppato l’italiano. “Questa tesi si avvicinò a quella in cui credono oggi i moderni, in quanto anticipò il concetto di latino volgare, il latino popolare da cui gli studiosi ritennero che abbiano avuto origine le moderne lingue romanze.”[14]

Queste tesi umanistiche nascevano in un periodo in cui era in atto una vera e propria crisi del volgare causata dai giudizi dei letterati dell’epoca. Essi misero a confronto la lingua contemporanea con quella dei classici concludendo che la prima era da trattare solo come una sorta di oggetto di curiosità e non come una lingua colta. Tra gli umanisti della prima generazione che non usarono il volgare spiccò la figura di Salutati, il quale diffuse il proprio stile latino.

Questo era preferito in quanto lingua più nobile; l’uso del volgare risultava accettabile solo nelle scritture pratiche e d’affari. “La cultura umanistica però, produsse anche alcuni tipi di scrittura letteraria in cui latino e volgare entrarono in simbiosi, o almeno in un rapporto stretto, a volte a scopo comico, più raramente con intento serio.”[15]

Si creò così nel secolo dell’Umanesimo e nel primo ‘500 un esperimento di mistilinguismo tra latino e volgare. Una forma di contaminazione tra queste due lingue fu il macaronico. Con questo termine si definì un linguaggio nato a Padova alla fine del ‘400. “Tale linguaggio fu caratterizzato dalla latinizzazione parodica di parole del volgare, oppure dalla deformazione dialettale di parole latine.”[16]

La poesia macaronica, il cui nome derivava da un cibo, il maccarone, fu il risultato di un gioco umanistico fatto da intellettuali dell’epoca. Non mancarono però umanisti a favore del volgare; tra questi emerse Leon Battista Alberti, il quale elaborò un programma di promozione della nuova lingua. Egli attribuì la causa della perdita della lingua latina alla calata dei barbari; solo così nel linguaggio si erano introdotti barbarismi.

Ora il volgare doveva, per lui, riscattare se stesso facendosi copioso e ornato come il latino.

Oltre all’Alberti altre figure filo volgari furono il Landino, il quale desiderava che il fiorentino si potesse arricchire con un apporto delle lingue latina e greca, e Lorenzo il Magnifico che “nel proemio al Comento per alcuni dei propri sonetti, composto tra il 1482 e il 1484, parlò di un augumento al fiorentino imperio.[17] Si arrivò così anche ad una concezione della lingua patriottica, intesa come patrimonio e potenzialità dello stato mediceo.

Non mancarono però anche altri tipi di letteratura quale il rusticale, un esempio fu la Nencia da Barberino, poemetto di Lorenzo de Medici, che sceneggiava un eden rusticale parlante un dialetto mugellano; il cantare cavalleresco, portato in piazza da canterini per intrattenere un pubblico medio-basso e “il genere novellistico che si collocò su di un piano diverso rispetto alla prosa colta.”[18] Di questo se ne occupò Andrea da Barberino, con i suoi romanzi e con i Reali di Francia, genere tipicamente popolare che circolò per secoli e che contribuì a far conoscere modelli di prosa italiana presso un pubblico già dedito al dialetto.

Inoltre, la prosa, proprio del genere novellistico, non poteva limitarsi a questo solo uso, ma aveva bisogno di espandersi verso altri settori extraletterali, all’impiego privato e familiare, scientifico ecc.

Ognuno di questi settori aveva bisogno però di un diverso compromesso con i volgari regionali. Si venne così a creare una varietà di scriptae, “lingue scritte attestate dai documenti dell’epoca, collocate in precisi spazi sociali e geografici (vi era una scripta alto-italiana, settentrionale, lombarda, veneta, ecc; vi era una scripta di corte, di cancelleria, di mercanti, ecc).”[19]

Queste scriptae nel 1400 evolsero verso forme di koinè, termine con cui si indicava una lingua comune superdialettale. Questa koinè mirò all’eliminazione di almeno una parte di tratti locali, accogliendo largamente latinismi e appoggiandosi per quanto possibile anche al toscano. Ci fu dunque uno sforzo a raggiungere un livello sovrareggionale: appunto di koinè.

Una grossa spinta fu data dall’uso del volgare nelle cancellerie principesche e nella prima metà del quindicesimo secolo anche per opera delle cancellerie di Venezia e Ferrara. Ma contribuirono fortemente anche i modelli letterari toscani, infatti molti scriventi che utilizzavano le koinai erano proprio lettori attenti degli autori toscani.

Nel 1500, il volgare assunse piena maturità, ottenendo quel riconoscimento che gli era mancato durante il periodo dell’umanesimo. Si diffuse presto con successo la letteratura in volgare con autori come Tasso, Ariosto e Macchiavelli. Il clima era nuovo e gli intellettuali avevano fiducia nella nuova lingua.

Determinante fu la pubblicazione di un libro: Le prose della volgar lingua di Pietro Bembo, divise in tre libri, il terzo dei quali conteneva una grammatica dell’italiano. Il dialogo che costituì le Prose era collocabile intorno al 1502; vi presero parte quattro personaggi: Giuliano De Medici, il quale rappresentava la continuità con l’umanesimo volgare, Federico Fregoso, esponente di molte tesi presenti nella trattazione, Ercole Strozzi che si dimostrava avversario del volgare, e infine Carlo Bembo, portavoce delle idee del fratello Pietro. Nel libro da principio ci fu un analisi storico-linguistica.

Bembo sosteneva ampiamente la tesi di Biondo Flavio secondo cui l’italiano era nato dalla contaminazione del latino per opera di invasori barbari. Da qui il mutamento delle lingue e della loro qualità.

L’italiano era andato via via migliorandosi, mentre ad esempio il provenzale, altra lingua moderna, andava regredendo. Quando Bembo parlava di volgare, non intendeva il toscano parlato nella Firenze del sedicesimo secolo, ma quello letterario trecentesco di Petrarca e Boccaccio; non accettava invece il modello della commedia di Dante, considerato di stampo più basso.

Affermava che “la comunanza del fiorentino moderno con la lingua popolare risultava dannosa, in quanto i letterati fiorentini potevano essere portati più di altri ad accogliere parole popolari che macchiavano la dignità della scrittura.”[20] Quindi requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque il rifiuto per la popolarità. Però, al di fuori della letteratura, nel 1500, aumentarono anche gli scritti di persone di scarsa cultura; si trattava ovviamente di scritture popolari, le quali erano caratterizzate da dialettismi e regionalismi.

Importanti a tal riguardo furono i libri di famiglia, diari privati, lettere di tipo comune. “Campioni dell’italiano dei semicolti si rintracciavano nei diari, come la Cronaca tenuta da don Giorgio Franchi parroco di Bercelo, nella quale scorreva la vita di un paesino di montagna tra il 1544 e il 1557.”[21]

Di seguito le dediche degli ex-voto; e poi i libri di segreti, ovvero raccolte di ricette medico-alchemiche, culinarie, igienico-sanitarie e altre ancora dove ci si ritrovava una terminologia tecnica estranea alle problematiche dell’italiano poetico e letterario.

Nella produzione letteraria colta, un ruolo di primo piano lo svolsero le Accademie. In queste i letterati si dibattevano sui problemi culturali; la più famosa fu quella della Crusca che si occupò di lingua e che è tutt’oggi ancora attiva. Essa, essendo privata, contò solo sulle sue forze in un Italia ancora divisa in diversi stati, poco adatta ad assoggettarsi ad un’unica autorità normativa. Eppure la Crusca riuscì in questa situazione a restituire a Firenze il primato della lingua.

Con il passare degli anni, e più precisamente dal 1591, l’Accademia decise anche di dedicarsi alla lessicografia, così si discusse sul modo di fare un vocabolario. Il lavoro fu organizzato in maniera eccellente e il vocabolario uscì nel 1612 presso la tipografia veneziana di Giovanni Alberti. Sul frontespizio portava l’immagine del frullone, lo strumento che si usava per separare la farina dalla crusca, “con sopra, in un cartiglio, il motto il più bel fior ne coglie, allusivo alla selezione compiuta nel lessico per analogia alla selezione tra la farina (il fiore) e la crusca (lo scarto)”[22]

Una seconda edizione uscì nel 1623, analoga alla prima e una terza, stampata a Firenze nel 1691, diversa dalle prime due: tre tomi al posto di uno.

Nel 1600, invece, si sviluppò ampiamente una letteratura dialettale che già nel 1500 aveva provato a mettere le radici, ma che solo ora aveva preso coscienza di se, contrapposta alla letteratura in toscano.

A Roma ci furono alcune prove eccellenti della raggiunta maturità del dialetto che si allontanava dalla sua matrice meridionale. Dialettali romani furono Giovanni Camillo Peresio, autore di un Maggio romanesco, e Giuseppe Berneri, autore del poema giocoso Meo Patacca.

A Milano ci furono invece autori come Carlo Maria Maggi che consideravano il dialetto una lingua degna di essere elogiata, chiara, che serviva a dire la verità.

Un settore in cui si applicò il vernacolo fu anche quello del travestimento comico dei grandi poemi, come la Gerusalemme liberata, che fu fatta veneziana, bolognese e napoletana. “Rappresentò una forma di dialettalità anche la manifestazione marcata del gusto per la lingua toscana viva e popolare”.[23] Famose furono due opere teatrali in versi, la Tancia e la Fiera. La prima era inserita nel genere della poesia contadinesca rusticana, attiva in Toscana; la seconda ricostruì la vita dei vari ceti sociali dall’alta borghesia al popolo minuto. Le due opere furono importantissime per tutti i linguisti che avessero avuto la necessità di ricercare termini toscani popolari e rari.

Ancora di stampo popolare fu il poema burlesco il Malmantile racquistato del pittore fiorentino Lorenzo Lippi, pubblicato nel 1676. “La cultura italiana fra seicento e settecento si trovò a difendere la legittimità dei suoi privilegi”[24] e nel 1700 era ancora forte l’idea del primato della lingua toscana e di Firenze.

La posizione che espresse meglio gli ideali del tempo fu quella di Melchiorre Cesarotti nel Saggio sulla filosofia delle lingue, trattato considerato allo stesso livello del De Vulgari Eloquentia di Dante Alighieri e delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo. Il saggio mise in rilievo alcune enunciazioni teoriche. L’autore affermava che tutte le lingue nascevano e derivavano, nessuna lingua poteva considerarsi pura, perfetta, tanto ricca da non aver bisogno di migliorare, inalterabile e infine parlata in maniera uniforme in tutta la nazione. Il problema principale, inoltre, che veniva affrontato nell’opera fu la diversità tra scritto e parlato, considerando il primo superiore, perché strumento dei dotti.

I dialetti italiani venivano inseriti in una posizione subalterna rispetto alla lingua toscana. Fortunatamente, “le condizioni del popolo però diventarono via via un tema a cui gli illuministi si accostarono con maggiore interesse, convinti che questa fosse la strada del progresso.”[25] Così si pensò che anche l’artigiano, il mercante o l’agricoltore dovessero imparare a scrivere e a parlare italiano.

Era il secolo questo in cui l’italiano entrava in forma ufficiale nelle scuole, e le organizzazioni statali si davano da fare per far sì che l’insegnamento non fosse svolto solo in riferimento alla lingua latina. Questo veniva fatto perché si sentiva l’esigenza di insegnare ai giovani una cultura più legata all’esigenza dei commerci e delle attività pratiche.

Tra il 1786 e il 1788 furono avviate riforme nelle scuole Lombardo Venete grazie alla politica scolastica di Maria Teresa D’Austria.

Il padre Soave, Somasco, divulgatore del sensismo filosofico, pubblicò a tal proposito dei manuali per l’insegnamento dell’italiano; era inoltre convinto sostenitore del dialetto, in quanto ritenuto utilizzabile come via di accesso alla lingua italiana e, usava fornire agli allievi anche frasi dialettali da tradurre in italiano. Obiettivo finale era quello di raggiungere la conoscenza dell’italiano finito, ovvero il toscano.

Di stampo austriaco fu anche l’idea di formare delle scuole comunali dove si potesse imparare a leggere e a scrivere. Però l’insegnamento scolastico non apportò nel 1700 risultati immediati sulla popolazione del ceto più basso e, l’uso dell’italiano rimase ancora un fatto d’elite.

Importante però fu che anche in questo secolo come nel precedente si svilupparono oltre che opere di persone colte, anche scritture popolari, di semicolti, i quali adoperarono difettosamente la lingua scritta. Un esempio di italiano popolare settecentesco si potè leggere nella sezione antologica del volume di Matarrese del 1993, il quale scelse uno scritto di Francesco Elia, servitore di Alfieri, e un esempio di scrittura meridionale di un carcerato abruzzese.

All’inizio del 1800 invece, si andò sviluppando un movimento dal nome di purismo, nome che indicava intolleranza per ogni innovazione, tecnicismi e neologismi. Il precursore di questa corrente fu Antonio Cesari, veronese, il quale era forte sostenitore degli autori del 1300; infatti era convinto che tutti in quel tempo scrivevano e parlavano bene. Addirittura apprezzava di quell’epoca anche le scritture di poco rilievo come le note contabili, i libri di mercanti, lettere private.

Molti letterati oltre al Cesari si trovarono ad affrontare il problema della lingua, tra i più importanti spiccarono Manzoni per il nord della penisola e Verga per il sud. Manzoni si occupò del problema della prosa italiana con la stesura del Fermo e Lucia del 1821. Egli cercò di utilizzare un linguaggio letterario che accettasse al suo interno sia francesismi che milanesismi, quindi in qualche modo cercava di distaccarsi dalle tesi puristiche. Si può dire che le distanze da questo movimento le prese con la seconda introduzione al Fermo e Lucia del 1823, dove per altro lamentava la propria tendenza al dialettismo; diceva: “scrivo male: e si perdoni all’autore che egli parli di sè.”[26]

L’autore poi, con l’edizione del 1825-1827 dal titolo I Promessi sposi, cercò di utilizzare la lingua toscana, conosciuta però per via libresca, attraverso l’aiuto anche di vocabolari. Così nel 1840-1842, arrivò a correggere di nuovo la sua opera per adeguarla alla lingua in uso, rendendola scorrevole e purificata da dialettismi.

Verga invece, con la sua opera I Malavoglia, fece sentire “un modesto tasso di sicilianità linguistica, che si accompagnava ad una utilizzazione sapientissima e dissimulata dell’elemento locale, di fatto onnipresente.”[27] Egli cercò di adattare la lingua italiana a possibile strumento di comunicazione per dei personaggi siciliani del ceto popolare, senza limitarsi però ad usare il dialetto solo in maniera integrale. Amava inserire nei suoi scritti molti modi proverbiali e molte parole siciliane note in tutta Italia, nonché soprannomi che rispecchiavano i tratti popolari.

Per quanto riguarda il discorso, usò un discorso indiretto libero, ovvero una sorta di miscuglio tra quello diretto e quello indiretto, con il risultato che la voce dello scrittore diveniva espressione della coralità popolare. In sintesi, con il Verga si stava completando il cammino della lingua scritta verso il parlato e finalmente si stava dando voce a quella classe umile che per molto tempo era rimasta in silenzio con il risultato che, la letteratura dialettale, stava via via adergendosi in una posizione di tutto rispetto riguardo alla letteratura d’elite.

L’800 fu anche il secolo dei dizionari. Si pensi che Cesari aveva riproposto il vocabolario della Crusca con alcune giunte, con lo scopo di esplorare ancor meglio la lingua del 1300. Tra il 1833 e il 1842, fu pubblicato il vocabolario della lingua italiana di Giuseppe Manuzzi, anch’esso purista.

Il più importante fu però il dizionario di Tommaseo; era un opera nata in tempi nuovi, nel 1861, sotto l’auspicio dell’unità politica. Tommaseo si preoccupò di illustrare idee morali, civili e letterarie e fece entrare per la prima volta in un vocabolario termini politici e civili.

Non meno importanti furono anche i dizionari dialettali, nati da un interesse “romantico per il popolo e per la cultura popolare, a cui seguì la curiosità della linguistica per il dialetto, considerato non più italiano corrotto, ma una parlata con la sua dignità, i suoi documenti, la sua storia parallela a quella della lingua nazionale.”[28] Proprio per questi motivi, “il ministro della Pubblica Istruzione Paolo Boselli, bandì nel 1890, un concorso per la compilazione di buoni vocabolari dialettali che seguiva un provvedimento risalente al 1880 il quale incluse, nelle istruzioni ministeriali per le scuole e gli istituti tecnici, un paragrafo in cui venne sottolineato l’utilità dello studio del dialetto per l’apprendimento dell’italiano.”[29] 

In questa prospettiva, tali dizionari, vennero considerati strumenti utili all’insegnamento e alla diffusione della lingua nazionale nelle scuole e nelle famiglie. Al concorso parteciparono trentatré concorrenti e le opere migliori risultarono: il Vocabolario dell’uso Abruzzese, pubblicato nel 1893 di Gennaro Finamore, un maestro elementare, e il Vocabolario Irpino-Italiano, manoscritto, di Francesco Saverio Grella.

Ai vocabolari, si affiancarono iniziative come quella della Società Filologica Romana che promuoveva la stesura di manualetti tutti dedicati a varietà dialettali, i quali servivano anche per comprendere i profili grammaticali. La collana di questi manualetti con il titolo Lingua e dialetto. Pubblicazioni per la difesa della lingua, ebbe lo scopo di fungere da strumento pratico per la scuola dove bisognava partire dal dialetto per capire l’italiano.

I dizionari dialettali a scopo didattico, però, con l’evolversi dell’italiano come lingua parlata, vennero meno, e sembrarono destinati a rimanere appannaggio degli appassionati. La maggior parte di essi ebbe la funzione di documentare chi lo consultava su forme sempre più in disuso e si concentrava solo sul dialetto arcaico.

Tornando al discorso della lingua, dal 1861, anno dell’unità d’Italia, gli effetti linguistici furono molti. “I territori degli ex-stati nazionali che entravano nel nuovo organismo erano caratterizzati da differenze profonde, a volte sconvolgenti, relative a tradizioni, abitudini, modo di vivere, livello di sviluppo economico e sociale.”[30] L’unica cosa che in Italia c’era di comune era l’italiano letterario, d’elites. Mancava una lingua comune di conversazione e inoltre era ancora molto basso il numero degli italofoni, ovvero coloro che erano in grado di usare l’italiano; si costituì così in tutti i campi una contrapposizione tra dialetto e italiano.

La scuola ad esempio avrebbe dovuto svolgere una funzione fondamentale nel dare una lingua comune agli italiani, in quanto divenuta gratuita e obbligatoria, secondo la legge Casati del 1859. La legge Coppino del 1877 poi, rese effettivo l’obbligo di frequenza nel primo biennio. “In realtà, essa non fu assolutamente in grado di assolvere tale compito: era poco frequentata (la legge Casati del 1859 prescriveva l’obbligatorietà delle scuole elementari, ma le cifre dell’evasione scolastica furono subito imponenti) e versava in condizioni disastrose.”[31]

Perfino i maestri erano spesso ai limiti dell’analfabetismo, basti notare che la maggior parte di loro parlava solo in dialetto a scuola.

In questo quadro un po’ complicato si andò sviluppando parallelamente alla letteratura colta, la poesia in vernacolo.

I più alti esponenti furono il Porta, milanese e il romano Belli. La poesia del primo era legata ad una polemica sul ruolo del dialetto e della letteratura dialettale; la poesia del secondo invece, era ricca di note esplicative che illustravano parole che poi passarono alla lingua nazionale, come fregarsene, fesso e altre ancora. Non mancarono però tesi controverse all’uso del vernacolo; tra queste quella di Pietro Giordani, il quale osservava che l’uso del dialetto era nocivo alla nazione; collocava inoltre la poesia dialettale su un piano basso.

“Per contro i romantici milanesi, erano assai favorevoli alla tradizione in dialetto, nella quale vedevano un modo di avvicinarsi alla lingua popolare e un canale di diffusione della cultura tra i ceti umili.”[32]

L’innovazione vera e propria si ebbe a cavallo tra i due secoli con autori come D’Annunzio e Pascoli. La poesia dannunziana era innovativa perché al suo interno conteneva una miriade di forme diverse, sicché  “si poté arrivare a dire che egli ricostruisse il linguaggio poetico italiano,”[33] ampliandolo con molti neologismi. Con Pascoli invece, “cadde dopo di distanti vite parallele, la distinzione tra parole poetiche e parole non poetiche. Il diritto di cittadinanza sarebbe stato allargato a tutte le parole, sublimi, arcaiche, attuali, quotidiane, fino ad includere dialettismi, regionalismi.”[34]

Ancora riflessi del parlato si ebbero nella prosa di Pirandello, soprattutto nelle opere teatrali; egli stava molto attento a non uscire dai canoni della lingua di ogni giorno e anche se dava una pennellata di colore locale ai suoi scritti, non si limitò ad usare il dialetto come strumento letterario.

Era dunque l’epoca in cui gli scrittori avevano come punto di riferimento, per l’originalità delle loro opere, il vernacolo e, addirittura anche il toscano ora veniva considerato quasi come un dialetto. Finalmente si era in un Italia moderna, con una cultura attiva, formata anche da strutture universitarie che comportavano la formazione di varie letterature, divise nei vari settori disciplinari.

Anche le scuole avevano subito dei cambiamenti: si pensi che nel 1923, due uomini, il linguista Ciro Trabalza e il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice “proposero per le elementari il metodo Dal dialetto alla lingua che venne inserito nei programmi dello stesso anno:”[35]nacquero così molti manualetti di esercizi di traduzione dal vernacolo. Ma già nei programmi per le elementari del 1934 non ci fu più tolleranza, anzi “già nel 1932, Mussolini fece pressioni dirette sul Ministro dell’Educazione Nazionale e sui prefetti in ordine alla campagna nazionalistica, e perciò dialettofoba, nutrita di argomentazioni sulla identità tra lingua e nazione.”[36] Nel 1955 poi, nei programmi a livello ministeriale, non si parlò più di dialetto e l’insegnante doveva dare l’esempio dell’uso della lingua nazionale astenendosi dal rivolgere agli alunni la parola in vernacolo. E ancora per la scuola media, nel 1963, ci si preoccupò di eliminare le cadenze regionali. Solo nei programmi del 1978, si arrivò ad avere i principi moderni dell’educazione linguistica e il riconoscimento del valore della pluralità e, si mise in luce l’apporto dei dialetti e la loro utilizzazione sia pratica che espressiva, ovvero in canti, racconti e proverbi.

Quindi ci si trovava di fronte ad un processo di avvicinamento dei dialetti alla lingua comune; essi erano dunque più italianizzati.

Tutto questo stava accadendo anche per opera del processo della seconda rivoluzione industriale che prese il sopravvento a cavallo tra i due secoli. Molti sentirono l’esigenza di spostarsi dalle campagne nelle città con l’inizio quindi di un passaggio dalla civiltà agricola a quella industriale. Tante dunque le conseguenze linguistiche; si pensi che l’inurbamento attivò processi di avanzamento sulla scala sociale che, “sul piano linguistico, portarono masse di parlanti dal dialetto rustico alla varietà urbana, o alla Koinè (sub) regionale.”[37]

Inoltre anche la burocrazia contribuì a creare condizioni meno favorevoli alla dialettofonia; si formò infatti in questo secolo un ceto di funzionari italofoni che contribuirono in maniera rilevante alla progressiva italianizzazione del repertorio linguistico italiano. Essi si occuparono maggiormente di diffondere lessici standardizzati, uguali per tutta la nazione.

Ma anche la leva obbligatoria portò i giovani, dialettofoni nativi, ad adattarsi all’uso dell’ italiano anche se povero e scolastico. Infine ulteriori progressi si ebbero per opera del cinema, della radio e della televisione che portarono il dialetto ad essere privato di tutte le funzioni comunicative, relegandolo solo a scopi espressivi occasionali. Questo ovviamente non comportò però la fine dei vernacoli, perché nella penisola molte erano le zone dove il dialetto era ancora forte, ovvero nei piccoli paesi, i quali avevano contatti solo con altre realtà dialettali vicine che  comportavano la varietà della lingua (fattori diatopici) e lo sviluppo anche dell’italiano regionale.

I principali italiani regionali erano: quello settentrionale, quello centrale, romano, meridionale, meridionale estremo e sardo. Il romano fu considerato il più importante perché aveva la possibilità di espandersi sul territorio nazionale essendoci nella città i centri della pubblica amministrazione e dell’informazione come la televisione e tanto altro. Attraverso questo italiano regionale “il dialetto a sua volta venne articolato, in dialetto di Koinè, che identificava grosso modo una regione dialettale (per esempio il veneto rispetto al lombardo, al piemontese), il dialetto del capoluogo di provincia (per esempio il dialetto che si parla a Venezia) ed infine la forma più stretta di dialetto, quello che si trova nei quartieri di una città (per esempio il dialetto del quartiere di Castello a Venezia).”[38]

Oggi esaminando più da vicino il termine, vediamo che dialetto ha la sua origine dal greco dialektos = colloquio, conversazione, ma anche lingua di un determinato popolo. In seguito, lo troviamo in latino dialectos o dialectus = parlata locale.

Carla Marcato afferma: “la prima attestazione nel significato odierno, e cioè come la parlata diffusa in un territorio ristretto, è di Anton Maria Salvini (1724).  Lui scrive: i vostri natii dialetti vi costituiscono cittadini delle sole vostre città, il dialetto toscano appreso da voi, ricevuto, abbracciato, vi fa cittadini d’Italia[39].

Oggi, alcune parole dialettali, hanno però perso il loro valore, se non sono state addirittura cancellate del tutto, come quelle uscite dall’uso comune in quanto scomparso l’oggetto o il concetto a cui erano legate; ad esempio, le parole del gergo agricolo o il nome di alcuni attrezzi da lavoro non essendo usati più, vengono dimenticati. La stessa autrice, parlando anche dei giovani, afferma che, forme di dialetto si possono riscontrare nelle scuole medie inferiori, generalmente usate tra amici e soprattutto nei maschi, i quali, associano il vernacolo a virilità e aggressività. Ma ci sono anche giovani che lo usano quotidianamente, perché cresciuti con persone anziane che non conoscono altra forma espressiva se non quella dialettale che è però di tipo arcaica, rispetto ad una più moderna, che è andata mutando con l’evolversi delle generazioni.

Alcune statistiche, ci informano inoltre che, i dialetti sono ancora conosciuti e parlati da una buona parte della popolazione, la quale alterna soprattutto nell’uso quotidiano, l’italiano e la sua parlata locale, non considerata inferiore, tanto è vero che si è cercato di recuperarla  perché ancora viva e attiva.

Proprio questo ha portato i vari vernacoli a non limitarsi alla sola forma parlata, ma come per il passato, a dar vita ad una ricca produzione scritta e letteraria non solo per la poesia, ma anche per la prosa, per i testi teatrali e a volte nei giornali locali. I componimenti sono comunicativi e si distaccano da quelle forme auliche perché destinati al popolo; inoltre danno maggiore espressività all’opera ed esprimono i sentimenti dei ceti meno abbienti. Essi fanno si che si  riscopra l’universalità che si conserva in ciascun uomo; da qui la riabilitazione per la storia personale e il recupero geografico del proprio luogo di origine come reazione ad una realtà monotona, senza significato.

Il dialetto risulta la chiave di accesso per l’opposizione alla monotonia della realtà e, il suo uso attuale “rischia di essere un’operazione doppiamente riflessa, mediata, rispetto ad un codice che non corrisponde più ai bisogni linguistici della comunità.”[40]

Ciò non toglie però che molti letterati del ‘900 lo adottarono chi come lingua remota, chi come veicolo di ricchezza e di autenticità.

Si avvicinò alla poesia in dialetto Tonino Guerra romagnolo durante l’inferno dei lager, per intrattenere gli altri prigionieri. Le sue prime opere erano tutte incentrate su di un realismo populista; vedeva la Romagna e la descrizione in versi di quelle terre come un luogo di rifugio dalle tempeste della storia. Con il vernacolo insomma egli voleva “ricostruire una situazione di quotidianità, assolutamente umile e comune, sulla quale rendere più vivo il contrasto dell’elemento magico che imprevedibilmente incorreva.”[41]

 Interesse per il dialetto lo ebbe anche Pirandello, già citato poche pagine prima, che con un suo scritto dal titolo Prosa moderna, denunciò il peso “della tradizione letteraria su chi in Italia si era accinto a scrivere romanzi, e la preoccupazione della forma che avrebbe soffocato la nostra letteratura”[42]. Era convinto inoltre che l’unità della lingua si potesse ottenere soltanto con una lenta osmosi tra dialetto e lingua, tra parlato e scritto. In Liolà restrinse il siciliano borghese ad un siciliano rustico e paesano per le particolarità fonetiche che forse secondo lui più di altre si avvicinavano alla lingua italiana. In Novelle per un anno invece, decise di adottare un tipo di italiano unitario che si distaccasse sia dal libresco, sia dai richiami troppo dialettali formando così un modello che mettesse in risalto la vivacità della lingua parlata. Importante fu che amava usare l’elemento dialettale solo per avvicinarsi ad una lingua discorsiva; il suo stile era medio, moderato, e la sua prosa “stava attenta a non uscire dai modelli della lingua di ogni giorno”[43], aperta anche verso i modi popolari; la sua dialettalità insomma era attenuata, si inseriva nelle forme tradizionali della lingua.

Altro letterato che usò il vernacolo fu Cesare Pavese. Per opera sua la parola letteraria fu reinventata e riproposta con una nuova vivacità; grazie al dialetto potè ritrovare una certa “risonanza classica”[44]. Le sue prime opere furono impregnate di dialettismi crudi, piene di macchie di colore gergale; le ultime mostravano invece una riproposizione di una letterarietà formale vicina al piemontese illustre. Il suo lessico fu quindi collocabile a metà strada tra dialetto e lingua e il vernacolo lo usò “per far correre il sangue e vivere la vita, nel corpo cristallizzato e morto della lingua letteraria, senza con questo mascherarsi da strapaesani.”[45]

Sempre del 1900 fu Carlo Emilio Gadda che nel suo romanzo La cognizione del dolore fuse forestierismi e tecnicismi con dialettismi. Fu descritto come un autore immerso in una dialettalità plurima, dove l’elemento popolare si trasformava in preziosismo; ebbe inoltre due fasi, quella milanese con Adalgisa  e Cognizione del dolore, e quella romanesca con Pasticciaccio che gli procurò molta fama.

Di tutt’altra origine fu invece Ragazzi di vita in romanesco di Pier Paolo Pisolini. Scrittore sviluppatosi nel clima del tardo ermetismo che considerava il dialetto come un codice interiore, uno stile a parte. trascorreva le sue estati a Casarsa e confessava che proprio da lì “sentiva i testi friulani come nugae rispetto ad una produzione italiana più ambiziosamente letteraria.”[46] A venti anni scrisse le Poesie a Casarsa che segnarono un periodo di successo legato alla promozione della lingua e della cultura friulana. Per lui la parlata di Casarsa era vista come un volgare che si era svincolato da poco dal preromanzo, e avvertiva in essa una lingua più vicina alle cose, più innocente. Nel 1954 scrisse il Canzoniere Friulano dove ancora una volta veniva messo in luce il suo rapporto con il mondo Casarese.

Un altro autore che si avvicinò al vernacolo fu Giovanni Pascoli il quale adottò l’elemento dialettale come segno raro e prezioso; egli affermava che “la poesia, come la religione, aveva bisogno del raccoglimento e del mistero, delle parole velate, estranee all’uso presente.”[47] Da qui l’allontanamento da un senso troppo preciso e perciò smorto.

In Biagio Marin invece, il dialetto fu assunto come lingua sconosciuta, parlata da pochissimi; egli adoperò il Gradese, parlata di una piccola comunità. La sua fu una poesia tutta esposta alla luce, povera nel lessico e, la sua operazione stava nel fare di Grado il cosmo; basti pensare che quelle poche cose che descriveva erano talmente metaforizzate che perdevano ogni riferimento con la realtà.

Di seguito, tra i maggiori poeti contemporanei autori di opere in vernacolo si collocò Noventa con poesie in veneziano.

Per Noventa il dialetto fu canto dell’infanzia, rifugio nel mondo della memoria e il linguaggio che adoperava gli  consentiva di abbassare i toni aulici verso il quotidiano. A lui “il dialetto permetteva di nominare non solo col nome più ovvio la cosa e renderla, con il nome stesso, poesia, ma permetteva di muovere verso la spontaneità antioratoria in un sol atto”[48] insomma uno strumento che aveva la facoltà di dire le stesse cose che si potevano dire in lingua con un tono però più semplice e spontaneo.

 

2.2. CENNI DI LETTERATURA DIALETTALE IN ABRUZZO

 

L’Abruzzo, grazie alla sua vicinanza con Roma, ebbe più facile diffusione del cristianesimo, il quale riuscì a penetrare per opera di evangelizzatori che, sfruttando il commercio e altre vie di comunicazione, si inoltrarono attraverso la via Valeria che conduceva al cuore della regione. Equizio Amiternino fu il personaggio che spiccò più di tutti sulla spiritualità abruzzese; figura avvolta in un alone mitico, ricordata dalle tante testimonianze, a cui si deve la creazione del monachesimo intorno al quinto-sesto secolo.

Riuscì nell’opera grazie ai seguaci che incontrava nei suoi pellegrinaggi per le montagne d’Abruzzo, e tra il 480 e il 550, provò l’esperimento di “sottoporre a normativa la vita individuale ed associata dei monaci e, dopo di lui S. Benedetto da Norcia imporrà la sua regula.”[49] I centri che nella regione si distinsero per operosità culturale, oltre che religiosa, furono: S. Clemente a Casauria, S. Giovanni in Venere, S. Liberatore a Maiella, i quali possedevano ricche biblioteche, messe a disposizione del pubblico e scuole di specializzazione per copisti (scriptorum), dove si imparava a trascrivere documenti.

Molto importanti furono i testi detti chronicon, conservati dai monaci, che contenevano le carte relative agli atti di donazione e in cui si narrava la storia della fondazione del monastero. Si ricordano il Chronicon Farfense dell’undicesimo secolo di Gregorio da Catino, il Chronicon Casauriense del dodicesimo secolo, composto da Giovanni di Berardo, che presentava i tratti del latino regionale, e il Cartulario Tramano, che registrava la donazione di terreni al vescovo di Teramo dall’862 al 1154; qui il latino regionale si faceva più accentuato in modo da rendere visibile lo sviluppo della lingua.

I testi che rappresentarono la prime testimonianze della nuova lingua furono, i componimenti del Codice Celestiniano, scritti in volgare aquilano e databili intorno al tredicesimo secolo, che risultarono anche contemporanei al cantico di S. Francesco del 1224; e il Parvus Libellus, libro di preghiere di Celestino, pubblicato e scoperto dall’Ugolini nel 1959, che conteneva una parte in latino e una in volgare.

La letteratura in volgare si sviluppò anche per opera di confraternite come quella di S. Maria Della Pietà, formatasi nel 1226, quelle di S. Leonardo e di S. Vito. Il centro della regione dove la letteratura si sviluppò maggiormente fu l’Aquila, la quale divenne importante anche per il commercio e per l’industria della lana e dello zafferano.

Infatti , proprio il commercio, portò nella città un notevole flusso di gente da ogni parte, facilitando così gli scambi culturali.

Iniziarono ad arrivare intellettuali da paesi vicini, come Buccio Di Ranallo, prima figura di spicco della letteratura abruzzese; nel 1355 scrisse la Cronaca Rimata considerata la sua opera maggiore dove narrava la storia aquilana. Egli nacque a Poppleto, oggi Coppito, nell’ultimo decennio del tredicesimo secolo. Viveva spesso come emissario di un potente signore e, alcune testimonianze, lo descrissero anche come giullare.

Altra sua opera fu La leggenda di S. Caterina d’Alessandria, poemetto religioso scritto nel 1330 in un periodo difficile per la storia dell’Aquila.

Furono questi gli anni della carestia iniziata nel 1327 e che provocò nel 1329 una rivolta popolare, “ma soprattutto la città fu lacerata da una recrudescenza delle discordie tra Guelfi e Ghibellini.”[50] Quindi fu in questa situazione che nacque l’appello morale di Buccio.

Ancora per tutto il 1400 proseguì il primato dell’attività culturale e commerciale dell’Aquila con i seguaci di Buccio di Ranallo. Il primo continuatore fu Antonio di Buccio, la cui Cronaca andò dal 1363 al 1381; il secondo fu Niccolò Da Borbona la cui Cronaca aveva per argomento La guerra di Braccio Da Montone contro l’Aquila (biennio 1423-1424).

“Per quanto riguarda la lingua, se quella di Buccio nella sua rozzezza attingeva ai serbatoi più genuini della dialettalità municipale, del resto alimentata da una città che non aveva ancora inaugurato in modo permanente i contatti con la cultura contemporanea, la lingua dei seguaci di Buccio era più agile e disinvolta, ormai intonata alle gentilezze del toscano.”52

Nel 1400, oltre alla letteratura laica si trovò ancora molto forte la letteratura religiosa dei chierici; tra le tante rappresentazioni si ricordano Lu lamintu della nostra donna, Lu vanardì Sancto, La devozione della festa de Pasqua, La devozione e festa de Santo Pietro martire e tanti altri.

Oltre alle vicende dell’Aquila, importanti furono  anche quelle di Sulmona con intellettuali come Marco Barbato e Giovanni Quatrario, grazie ai quali l’Abruzzo avvertì la corrente umanistica. Barbato, nato intorno al 1304, fu amico del Petrarca e a Napoli ricoprì anche cariche importanti presso la corte.

Era amante del conversare e del “trasporre nell’aureo latino ciceroniano le vicende della vita e le inquietudini quotidiane.”53 Sulmona però, non fu mai dimenticata dal letterato, il quale acquistò dei poderi nella città per potervi un giorno ritornare. Di Barbato, tranne poche lettere indirizzate al Petrarca e al Boccaccio, non ci resta alcuna opera; si sa che scrisse carmi latini.

Giovanni Quatrario, nato a Sulmona nel 1336, fu allievo del Barbato. Di lui si ricordano le Egloghe, le Odi e le Elegie concepite sotto l’influenza del modello Virgiliano e Oraziano; scrisse inoltre il Carmen maternum dedicato alla madre morta.

Nelle sue opere però si rifletteva anche una vena di tristezza portata da alcuni ricordi come la peste del 1348 e, il terremoto che colpì Sulmona l’anno seguente. È chiaro che nei due autori ci fu la ricerca del mondo antico, “l’esigenza di confronto con un modello cui uniformarsi, in entrambi agì la spinta dell’Umanesimo al recupero dell’antichità come archivio di modelli intellettuali.”54

Anche Teramo contribuì alla formazione di una cultura incentrata sull’umanesimo; letterati qui furono Giovan Battista Valentino detto il Cantalicio e Giovannantonio Campano che fu in Abruzzo come vescovo di Teramo dopo il 1460. Cosa che accomunava tutti questi autori del 1400 era che cercavano tutti di spostarsi dal loro centro natio verso le grandi città; le grandi corti italiane presero via via sempre maggior importanza, relegando le province a condizioni culturali critiche.

In Abruzzo, si potè parlare di rinascimento mancato, se si pensa che “nella regione ebbero i natali, tra 1400 e 1500, personalità che diedero lustro ai luoghi che li ospitarono.”55 Si pensi a Serafino De’ Ciminelli detto l’Aquilano (1466-1500) che ottenne grande fama per aver trasformato il modello petrarchesco in un gioco di immagini sorprendenti, a Mariangelo Accursio (1489-1546) che scrisse Epigrammi, i quali, “avevano come argomenti uomini, località e paesaggi dell’aquilano”56 e a Marc’Antonio Epicuro (1477-1555).

Quindi l’attività culturale che restò alla regione fu ad opera di cronisti minori come Francesco D’Angeluccio, con la sua Cronaca delle cose dell’Aquila, del 1430 documento linguistico in volgare, solo col fine di appuntare avvenimenti rilevanti esposti per ogni anno, e frate Alessandro De Ritiis, con la Cronica civitatis Aquilae che andava dall’origine del mondo fino al 1494.

Quest’opera, “non poteva essere accostata ad altre opere dell’umanesimo, se non nella semplicistica concezione e nella lingua che, contrariamente ai modelli precedenti, come Antonio di Buccio, Francesco Angeluccio di Bazzano, suoi coetanei, era scritta in latino senza pretese letterarie, ma forse con l’intento religioso di mostrare il segno della Provvidenza nelle vicende della città dell’Aquila.”57 Fu però questo anche il periodo della nascita in Abruzzo di Accademie quali quella degli Anversa degli Abruzzi, fiorente dal 1539 al 1631, e quella dei Fortunati, sorta a L’Aquila verso la fine del 1500.

A Sulmona sorsero due associazioni letterarie, quella degli Arditi (fine 1500-inizio 1600) e quella degli Agghiacciati del 1600, con il compito di coltivare la poesia latina e italiana. La poesia religiosa, in questo periodo di innovazioni, si dimostrò ormai stanca e “senza più nemmeno quella sacra unzione che ispirava i primi laudari.”58 Pian piano perse il contatto con il popolo a causa di un tono e di uno stile nuovo dal quale emersero il dialetto e la letteratura dialettale; letteratura che per tre secoli non si era sviluppata perché poeti e letterati non ancora avevano coscienza della dialettalità del loro linguaggio “come strumento espressivo con specifico riferimento ad una lingua comune, quella italiana, che soltanto nel 1400 con Sannazzaro nel meridione, e con Ariosto nel 1500 per il settentrione, riuscì a prevalere per il maggior prestigio letterario e per una struttura più affinata rispetto ad altre parlate regionali, che avevano offerto una resa letteraria notevole, ma con scarso effetto sul piano estetico.”59 Sannazzaro fu il primo autore di un’opera dialettale dal titolo La Vaiasseide, dove si riproduceva l’ambiente tipico della città partenopea.

Fu questo il segno che la letteratura dialettale, nata con abiti dimessi e racchiusa nelle mura cittadine, stava acquistando coscienza di se, adergendosi in posizione di contestazione nei confronti di una letteratura aulica, “parodiandola, degradandola, scimmiottandone gli atteggiamenti e le pose, per un richiamo ad un realismo letterario.”60

In Abruzzo, in vernacolo scrisse Mariano Morerio, che venne ricordato per un sonetto ricco di fonetica aquilana, dal titolo In morte di Serafino Aquilano. Ernesto Giammarco affermava che: “il breve componimento meritava d’essere letto non solo per l’importanza sua nella fonetica aquilana, ma per il valore che portava seco nel trattare, col più squisito sentimento, la morte del grande improvvisatore Serafino dall’Aquila.”61

Nel 1600, invece, la dominazione spagnola consolidatasi in gran parte dell’Italia e nel regno di Napoli, portò ad una condizione sociale di schiavitù e squilibrio. Roma divenne il centro di formazione culturale per molti letterati Abruzzesi, i quali la sfruttarono per poter, una volta formatisi letterariamente, tornare nei loro centri natali. Così, molte città Abruzzesi ebbero molti storici e letterati nuovi. A L’Aquila operò Girolamo Pico, autore di una descrizione storico-geografica della città datata 1582, Francesco Vivio, che nella Sylvia del 1582 approntò un’antologia di scritti storico-giuridici.

Nel Chietino si distinse Mutio Pansa con la Descrizione della diocesi di Civita di Penne, Aurelio Ricci con L’epilogo della vita di S. Giustino vescovo, del 1604, Girolamo Nicolini con un Historia di Chieti e Muzio Febonio per La historia marsorum; essa venne ripartita in tre libri; il primo parlava della guerra sociale, il secondo delle caratteristiche del Fucino, il terzo delle diocesi morsicane.

Fu un’opera dove non mancarono reminescenze di Ovidio, Orazio e Lucano, ma anche fonti umanistiche. La letteratura dialettale continuò il suo percorso con Loreto Mattei che fu “volgarizzatore sacro (Innodia sacra, Salmista toscano, 1671), traduttore di Orazio (Metamorfosi lirica di Horatio parafrasato e moralizzato, 1679), poeta in lingua e dialetto.”62 La sua poesia dialettale “rappresentò il tentativo di introdurre la migliore o più congeniale poesia in lingua in ambienti dialettali.

In tal senso si poteva cogliere, dai documenti riportati, quella visione verticale della maggiore letteratura nazionale, che riusciva a penetrare nelle nostre province proprio per effetto del dialetto.”63 Prese la sua ispirazione nel suo mondo paesano e provinciale e si era formato  nelle Accademie arcadiche sviluppatesi in Abruzzo per reagire alla situazione culturale dell’epoca. La sua poesia in vernacolo, se messa a confronto con quella che contemporaneamente stava fiorendo a Napoli per opera di Cesare Cortese, poteva identificarsi come una poesia che si sviluppava parallelamente a quella aulica, in quanto interpretava la cultura nazionale della regione.

In altri poeti dialettali invece, la scelta del vernacolo non avvenne per mero adattamento stilistico, ma per esigenze spontanee di pensare e di esprimersi. Fu questa la posizione dell’anonimo aquilano, autore di una Satira in ottave; “l’impressione che si ebbe non fu proprio quella di una forzata trasposizione su basi dialettali di elementi linguistici tratti dalla lingua comune, quanto di un perfetto adattamento di questi alle strutture e forme dialettali.”64

Fu insomma un secolo in cui i poeti dialettali avevano piena consapevolezza di muoversi in due mondi distinti, ma complementari.

Il 1700, si mostrò come un secolo che inaugurava una nuova stagione. In Abruzzo le città furono frequentate da poeti arcadi e da intellettuali tornati in patria dopo la formazione Romana e Napoletana. A Chieti, nel 1720 ci fu la fondazione della Colonia Tegea (da Tegeate, antico nome di Chieti), la quale si prefiggeva il compito di combattere il frazionamento delle forze culturali abruzzesi coagulandole in un centro operoso e, si proponeva come ultimo fine di diffondere i risultati poetici anche fuori confine. Fondatore della Tegea fu Federico Valignani (1699-1754), anch’egli formatosi a Napoli e poi tornato a Chieti per dedicarsi completamente alla letteratura.

Di importante scrisse la Centuria di sonetti storici (1729) dove si narrava in cento sonetti la storia di Chieti dalle origini ai primi anni del diciottesimo secolo; un’opera anche ricca di un linguaggio sovraccarico di risonanze letterarie greco-latine.

Altra versatile personalità fu quella del padre cappuccino Bernardo Maria Valera (1711-1783). Compose “canzoni eroiche e bernesche, canzonette, canzoncine, sonetti con la coda e senza, semplici ed a corona; discorsi oratori, inni, scherzi briosi e ditirambici, e quant’altro si possa immaginare.”65 Insomma un poeta capace di verseggiare su diversi argomenti.

Degne però di essere trattate, furono anche alcune testimonianze di poesia dialettale comparse nella regione per tutto il 1700. Già in precedenza Giovanni Argoli di Tagliacozzo (1606-1660) aveva lasciato una Canzone in lingua rustica e cicolana, ritenuto da molti il primo documento dialettale comparso in Abruzzo a quei tempi; ora con Romualdo Parente si poté avere un immagine più completa come autore di un poemetto dal titolo Zu matrimonio azz’uso o Sciengano le nozze tra Mariella e Nanno della terra di Scanno (1765 e seconda edizione 1780) e, La fijjanna de Mariella del 1765.

Il mondo descritto dal poeta era quello di una festa paesana, dove si descrivevano i preparativi, il corteo nuziale e tanti personaggi campestri sullo sfondo. “La scelta del linguaggio dimesso fu condizionata dall’argomento della sua poesia, essendo la lingua letteraria destinata a temi più elevati.”66

La poesia dialettale così incominciò a presentare una sua qualificazione sul tono e sull’ambiente: il tono si fece diretto, spontaneo, proprio della natura del vernacolo che era lingua parlata  e quindi via immediata di comunicazione; l’ambiente era quello regionale o municipale, mondo della poesia in dialetto.

Il 1754 fu l’anno più fecondo per un risveglio culturale della regione, la quale “affondò le sue radici nell’illuminismo di tipo napoletano e si dispiegò via via fino a culminare in un orientamento che al termine del suo arco, prese coscienza dell’esistenza di un filone di cultura locale;”67 ora la cultura regionale veniva concepita nell’ambito di quella nazionale.

Inoltre questo era il periodo in cui si stava maturando l’idea dell’unità d’Italia, e gli abruzzesi iniziavano ad acquisire una cultura che via via veniva concepita come strumento di progresso scientifico e politico.

Tre riviste apparvero sotto il regno di Ferdinando II: nel 1836 Filologia Abruzzese con il suo fondatore Pasquale De Virgiliis (1812-1876) di Chieti.

Questa rivista si prefissava il compito di porre il problema di una ricerca abruzzese della cultura ed era basata su un indirizzo filosofico-letterario; nel 1836 Il giornale abruzzese di scienze, lettere e arte di Chieti, e nel 1838 Il Gran Sasso d’Italia, con il suo fondatore Ignazio Rozzi di stampo economico e agricolo. Nel primo ‘800 l’Abruzzo fu ancora ispirato dall’alta borghesia illuminata che si era formata a Napoli.

A L’Aquila, tra il 1816 e il 1841, si trovò ancora un classicismo di vecchia maniera con una letteratura di consumo fine a se stessa che non si preoccupava dei problemi che stavano maturando fuori dalla cerchia eletta. Fortunatamente però, ci furono anche intellettuali che avevano acquisito coscienza di un’identità abruzzese della cultura e “aspiravano ad innestarla nel dialogo a più voci emergente in diverse zone della penisola.”68

Artefice di questo fu Pasquale De Virgiliis, già ricordato precedentemente per la fondazione della rivista Filologia abruzzese, che si fece conoscere per aver voluto accreditare l’Abruzzo come una realtà culturale non inferiore a quella di Milano, Napoli e Firenze.

La poesia, dal canto suo, era funzionalizzata a scopo civile; a questo pensiero era legato Clemente De Cesaris (1810-1877), uomo d’azione, proveniente da una famiglia di profonde condizioni liberali. Combattè nel 1848 sulle barricate di Napoli e, nel 1860 fu nominato Profittatore dei tre Abruzzi. Venne incarcerato più volte e, alla poesia, si avvicinò nel 1840 in uno dei suoi tanti periodi di prigionia: compose I carmi dedicati alla Gioventù italiana e la raccolta Pochi versi.

Altro poeta, partecipante della rivoluzione napoletana, che ricevette la sua formazione in Abruzzo fu Gabriele Rossetti (1783-1854), il quale aveva il culto di Dante e un grande amore per le arti. L’arte poetica però aveva toccato anche la parte più bassa della popolazione.

L’esponente di questa classe fu Antonio Rossetti (1769-1853), fratello di Gabriele; un uomo che non aveva ricevuto un istruzione adeguata, ma che aveva grandi capacità inventive e verseggiava avvenimenti piccoli della comunità.

Intanto, sempre su di un piano linguistico, più ci si avvicinava all’unità d’Italia, più ci si rendeva conto delle varietà delle singole espressioni dialettali. Nella regione, il tasso di analfabetismo era ancora alto e anche la dialettofonia era intorno all’86,3%. Interessante a tal riguardo fu il rinato interesse per i dialetti che portò ad un ingente produzione di poesia.

Poeti in vernacolo furono Giustino Razionale, autore di sonetti in dialetto chietino (1878-1881) che trattavano sferzate moralistiche contro il cinismo degli arrivisti e l’egoismo degli sfruttatori; Fedele Romani, nato a Colledera (Teramo) nel 1855 che usò nelle sue poesie ora il Colledarese, ora il Teramano, come se volesse mostrare la sua bravura in tutte e due i campi e che scrisse Li sunètte de nu culludarese nel 1883, Ddu huttave a ttre ssunètte nel 1884; Luigi Anelli (1860-1944) e Gaetano Murolo (1858-1903), che seguirono la linea della dialettalità Vastese e nei quali il vernacolo era usato come mezzo alternativo al processo di dissoluzione messo in atto contro i dialetti dalla politica post-unitaria, un “vernacolo assunto in loro come specchio di una comunità: una parlata ostica, dai suoni gutturali e sguaiati, una sottospecie dell’abruzzese meridionale, con un lessico tutto concreto che serviva ad identificare la fascia subalterna di ortolani e pescatori nella volontà di elevarne il linguaggio a dignità letteraria”69.

Inoltre Giovanni De Paulis, nato in provincia de L’Aquila nel 1861, con la sua produzione in dialetto collocabile tra ‘800 e ‘900, raccolta tutta in un solo volume dal titolo Vecchie storie. A De Paulis veniva attribuito il merito di aver fatto rivivere la poesia che sembrava tramontata con Buccio di Ranallo; poesia che possedeva una nota profonda, ovvero l’aderenza alla realtà quotidiana della vita. Sapeva immedesimarsi in un popolano parlante.

Infine, poeta che ebbe contatti con la cultura abruzzese fu anche Gabriele D’Annunzio.

Pubblicò due liriche Occaso e Nevicata contenute nel volumetto Primo vere del 1879. Ovviamente erano liriche giovanili, nate ai tempi della sua permanenza al Collegio Cicognini di Prato; invece più mature erano Terra Vergine del 1882, Il libro delle vergini del 1883 e San Pantaleone del 1886.

In questo autore era vivo il concetto di verismo che offriva le basi per raccontare la realtà; un verismo, però, che non raccoglieva i drammi sociali della gente, ma fatto invece di individui posseduti da istinti bestiali.

Il paesaggio abruzzese, veniva trasformato in una natura lussureggiante e il dialetto adoperato solo nei dialoghi. Agli inizi del 1900 la situazione abruzzese rimase pressoché immutata e continuava il fenomeno della migrazione all’interno della penisola verso Roma, vista ormai come centro culturale soppiantando il ruolo di Napoli.

Si faceva sempre più viva la corrente dei filodannunziani e grazie alle opere di D’Annunzio che descrivevano la regione come una sorta di terra primitiva, l’Abruzzo divenne luogo di vere e proprie campagne di promozione turistica.

Intanto la poesia in dialetto perse le sue espressioni migliori uniformandosi alla cultura novecentesca e forte era “l’esigenza di un volgare regionale ideale, eletto o nella lingua di un centro guida o costruito mediante l’espulsione delle peculiarità idiomatiche.”70  Autori dialettali del secolo furono Fedele Romani da Colledara in provincia di Teramo. In lui era vivo l’interesse per la raccolta dei provincialismi e tutta la sua produzione in vernacolo era frutto soltanto di una scelta privata, un episodio di sperimentazione del dialetto natio che lo portava alle radici domestiche della sua esistenza. Scrisse Li sunétte de nu culledarese a cui riservava una tematica familiare e i versi di Ddu huttave e ttrè ssunétte  nel quale compariva la tematica d’amore.

Posizione di spicco la ebbe Alfredo Luciani nato a Pescosansonesco, in provincia di Pescara, nel 1887. Si laureò in Lettere a Roma e fin dalla giovinezza sentì il bisogno di avvicinarsi alla poesia dialettale.

Benedetto Croce leggendo le sue poesie affermò: “mi si è rinnovata l’ottima impressione che ne ebbi nell’ascoltarle! Poesie piene di grazia, tenerezza, fantasia, che vado riassaporando con mio grande diletto”.71 In questo poeta si avvertì anche il culto dannunziano nella raccolta Stelle lucende del 1913, liriche dove la poesia era vista come “soddisfazione dell’anima concreta in forme di bellezza: una ispirazione che traeva il suo alimento dalle risorse inesauribili dell’amore e quindi della donna, l’essere da cui riemanava  l’anima del mondo.”72

Accanto alla ritualità amorosa delle sue opere, prese forza anche una poesia ripiegata sul pensiero della morte; un esempio fu il poemetto Tatone Minghe (nonno Domenico) del 1912, dove Luciani trattando la figura del protagonista alla ricerca della tomba del nonno, sepolto nel cimitero di Verano, riuscì a descrivere eccellentemente forti suggestioni popolari: l’eredità che il protagonista sentì di raccogliere dal defunto era l’esempio di libertà.

Insomma, l’orgoglio di possedere la forza morale che veniva dalla coscienza del sangue e dal luogo natio.

Poeta contemporaneo a Luciani fu Cesare De Titta (1862-1933) nato a Sant’Eusanio del Sangro in provincia di Chieti. Orfano di padre, ebbe un’infanzia difficile. A sedici anni, grazie ad una borsa di studio, entrò nel Seminario di Lanciano e a vent’anni passò ad insegnare nel Seminario di Venosa. I suoi studi, le sue poesie in italiano, latino e dialetto gli avevano procurato la stima di molti scrittori e critici, tra cui Carducci, Pascoli e D’Annunzio.

In italiano scrisse: Nella vita oltre la vita del 1900, Tra i monti: versi e prose del 1902, Il canto della pietra del 1902, La canzone dell’acqua del 1904, Il primo libro delle cartoline del 1914, I sonetti – prima centuria del 1922, Così …come parlava il cuore, a cura di Luigi Illuminati del 1933.

In latino scrisse: Juvenilia del 1883, Ex imo corde del 1885, Elegiae romanae Gabrielis D’Annunzio latinis versibus expressae del 1900, Otia bellica del 1917, Carmina del 1922.

In dialetto scrisse: La figlia di Iorio, traduzione in abruzzese del 1905, Canzoni abruzzesi del 1918, Gente d’Abruzzo  del 1923, Nuove canzoni abruzzesi  del 1923,  Fiure e frutte del 1923-1925, Canzoni del 1925-26,  Terra d’oro del 1925,  Acqua, Foco e Vento del 1929,  L’addulurate, poemetto postumo a cura di P. D. Lupinetti (1954).

Il dialetto per questo autore costituiva la lingua naturale, si manteneva però sul filo dell’abruzzese illustre. Proseguì la linea usata dal Luciani che “travasava le asperità vestino-peligne nella struttura del chietino eletto a toscano regionale in grazia della sua aristocrazia di fonemi, morfemi e sintagmi.”73

In Terra d’oro, l’Abruzzo veniva descritto in un contesto naturalistico, tralasciando però l’amara realtà storico-sociale e le dure condizioni di vita della sua gente. Veniva messo in risalto il tema della primavera e il risveglio della natura.

Figura più umile e immediata fu quella di Modesto Della Porta, nato nel marzo del 1885 a Guardiagrele in provincia di Chieti, da una famiglia di modeste condizioni.

Da giovane dovette interrompere gli studi per imparare il mestiere di sarto. Fin da ragazzo sentì, però, la vocazione per la poesia dialettale che portò con sé per tutta la vita, coltivandola nei ritagli di tempo libero. Nel 1933 pubblicò il suo unico libro Ta-pù lu trumbone d’accumpagnamente, che ottenne grande successo. Nel 1954 si aggiunse a quest’opera una raccolta di poesie inedite che portò dieci anni dopo alla prima edizione complessiva di Ta-pù.

Della Porta fu considerato la voce più popolare d’Abruzzo per “la schiettezza dei temi e per la loro precisa rispondenza alla mentalità e al tessuto sociale dei paesi abruzzesi di montagna.”74 Nella sua opera ricchi erano i richiami alle sane tradizioni a agli affetti semplici.

Altra figura del panorama dialettale abruzzese fu  Vittorio Clemente nato a Bugnara in provincia dell’Aquila nel 1895. Attingeva “i propri materiali alla parlata popolare nell’immediatezza della sua esistenza orale”75 e manifestava scarsa attenzione per tutti i problemi fonetici e grafici del dialetto. Scriveva in vernacolo perché lo riteneva il solo strumento in grado di rappresentare il mondo contadino,  un mondo che a suo avviso aveva bisogno di essere narrato  perché vivo e distante da ogni elemento aristocratico. La  prima opera fu Prime canzone del 1924, dove il paese veniva raffigurato come un luogo favoloso, in cui la natura appariva in continua metamorfosi e “il suo rinnovamento veniva consacrato dalle vicende miracolose tramandate dal repertorio della religiosità popolare”76; più mature invece furono le sue opere dal titolo Slucchite del 1949, Acqua de magge del 1952, Tiempe de sole e fiure del 1955 e Serenatelle abruzzesi del 1965.

A raccogliere l’eredità dei grandi poeti dialettali abruzzesi è Raffaele Fraticelli (1924), che dal 1951 racconta le vicende degli umili in canti, racconti e versi con spiccata popolarità.

 

3. LA FIGURA E L’OPERA DI RAFFAELE FRATICELLI

 

4.1 La figura

 

 

         E’ nato a Chieti il 9 Gennaio 1924 da Nicola (muratore) e da Melania Pascetta.

        La prima residenza della famiglia fu in una delle ultime casette di periferia a due piani in via IV novembre (oggi Viale Europa).

Al primo nome di battesimo Raffaele, in ricordo del nonno paterno, fu aggiunto Carmine perché nato di mercoledì (nel gergo popolare lu Carmene derivava dal fatto che in tutte le chiese della città ed in quelle del circondario, nel giorno di mercoledì per antica devozione si recitavano preghiere alla Vergine del Carmelo in suffragio delle anime sante del purgatorio).

Dopo pochi anni la famiglia si trasferì dalla periferia al centro, nel quartiere della Civitella per avvicinarsi alla casa paterna dei Fraticelli che abitavano in Via Porta Reale. Qui nacquero il fratello Giovanni nel 1929 e la sorella Giulia nel 1939. In questi anni Raffaele Fraticelli iniziò a frequentare la chiesa della santissima Trinità e la scuola di catechismo presso il vicino Seminario Regionale dove, tra spruzzate di acqua Santa, fumate di incenso e piccole recite in quel teatrino, si sviluppò  la sua indole artistica. Partecipando alle sacre funzioni,  mise in luce anche altre doti: una voce intonata e squillante e uno spiccato spirito di osservazione e di intraprendenza.

Nel 1935 si iscrisse alla scuola di Avviamento dove  mostrò la sua attitudine per le materie tecniche. Il diploma di scuola tecnica industriale gli permise di cominciare a lavorare e fu il professor Trinchese, già suo insegnante in detto istituto, ad accoglierlo come disegnatore nel suo studio di ingegneria .

Nel 1940  nel vecchio campo sportivo della Civitella, scrisse le prime poesie, tra una partita di pallone e l’altra (rigorosamente con la palla di pezza), ispirate dal panorama  della vallata di Costa Ciampone con la Maiella sullo sfondo a sinistra e con il Gran Sasso a destra.

 Fu importante per la carriera dell’autore l’incontro  con il direttore della biblioteca De Meis, il professor Francesco Verlengia, che lo prese a cuore indirizzandolo verso l’abruzzesistica e promettendogli di pubblicare “un giorno” qualche sua operetta sulla Rivista Abruzzese di cui era Direttore. Questa carica di fiducia fu per “Lulluccio” la scintilla che ne fece un animo autodidatta.

Nel 1939 scoppiò una certa guerra: la Seconda Guerra Mondiale; in giro non se ne parlava, molti uomini furono chiamati alle armi e impiegati nei vari fronti di guerra. I giovani venivano addestrati al servizio militare e orientati per disavvertenza nei vari campi dei Ludi juveniles. Raffaele partecipò ai Ludi dell’Arte e faceva anche parte della Centuria corale della GIL (Gioventù Italiana del Littorio); fu in questo periodo  che il suo sguardo si incrociò con gli occhi di una fanciulla che poi sarebbe diventata sua moglie.

 Nel 1942, superando un esame di ammissione all’ufficio Tecnico erariale, entrò in servizio come disegnatore giornaliero. Nel 1943, però, fu chiamato alle armi e l’8 settembre dello stesso anno, fu fatto prigioniero dai tedeschi e rinchiuso nella Fortezza Da Basso di Firenze. Da qui, riuscì, rocambolescamente, ad evadere insieme con due commilitoni abruzzesi e a tornare a casa dopo giorni di avventure. Rientrato a Chieti, riuscì a trovare un nascondiglio nella soffitta della chiesa della Santissima Trinità con la benevola complicità del parroco Monsignor Bonaventura De Luca. In questo luogo restò circa sette mesi e qui, dalle finestre lucernarie della chiesa, ascoltava tutte le funzioni religiose in latino.  Il 27 ottobre 1943 ci fu il rastrellamento dei nazifascisti a Chieti in cui vennero catturati molti uomini tra cui mastro Nicola, padre di Raffaele, che fu condotto nella zona del fronte, situata sulla linea di Ortona, Lanciano e Guardiagrele. La permanenza di mastro Nicola nel campo di prigionia durò fino alla vigilia di Natale, infatti proprio in questo giorno riuscì ad evadere insieme ad un giovane di Chieti, Nino Ricci. Scamparono miracolosamente i campi minati e fecero ritorno a casa. Mastro Nicola morì il primo Agosto 1955.

Il 9 Giugno 1944 Chieti venne liberata e Raffaele potè uscire dal suo nascondiglio. La vita ricominciava e in quaranta giorni, scrivendo e organizzandosi insieme con i vecchi amici del teatro, tra cui Camillo Tragnone e Peppino De Martino,  riuscì a portare in scena, al teatro Marrucino, una rivista dal titolo Se la terra non ci fosse, che diede il via alle sue composizioni in versi e alle stornellate accompagnate con la  chitarra. Nel corso della rivista, presentò per la prima volta anche il personaggio cantastorie Zì Carminuccio (da Carmine suo secondo nome di battesimo).

Nel 1945, però, venne richiamato alle armi per partecipare alle azioni di cacciata dei tedeschi con le truppe alleate di liberazione e solo nel 1946 finalmente ottenne il congedo militare. Tornato a casa prese servizio come disegnatore in prova, presso l’U.T.E. di Chieti, quindi divenne effettivo dopo aver vinto un concorso nazionale, per undici posti, riservato ai reduci.

Durante il 1946 rientrò nella parrocchia SS. Trinità e incominciò a reclutare schiere di giovani per fare teatro e ricostituì la schola cantorum.

Nel 1954 si unì in matrimonio con Giuliana Schiazza dalla quale ebbe sette figli: Paolo, Cecilia, Marco, Andrea, Giacomo, Chiara e Luca.

 

 

 

4.2 Le opere

Fraticelli ha scritto decine di pubblicazioni in vernacolo, “una indimenticabile trasposizione in lingua popolare dei racconti evangelici, pubblicazioni gastronomiche, opere grafiche e tutto quanto può suonare come atto d’amore verso la propria terra finendo anche, con Tra lume e lustre per calarsi immaginariamente nella penombra del cenacolo dannunziano.”[51]

In versi ha scritto: Cante lu core (Chieti, 1951); Lu canestre (Pescara, 1966); Fronne (Chieti, 1972); Passione secondo San Matteo (musicassetta, Modena, 1973); Parole de Vangéli – Passi scelti dai quattro Evangeli (Pescara, I Ed. 1975; II Ed. 1976); Marie-La Madonna nei Vangeli (Chieti, 1977); La cucine de mamme – Antiche ricette (RAI Pescara, 1978); Golgota – Edizione speciale in occasione della visita del Papa in Abruzzo (con tavole di L. Primavera, Chieti, 1983); Paradise piccirille (Chieti, 1987); Tra lume e lustre – Per il cinquantenario della morte di G. D’Annunzio (Chieti, 1988) scrisse Abruzzo teatro / Propostedialetto (Chieti,1988); Glasnost / Voce de pòpele (Chieti, 1989).

Per il folklore sacro d’Abruzzo ha scritto: Vinirdì Ssante (Chieti, 1953); Lu lòpe rappresentazione del miracolo di San Domenico e il lupo a Pretoro – Ripresa dalla Terza Rete TV RAI – D.S.E. – (I Ed. Pescara 1963; II Ed. Chieti 1978; III Ed. Teramo 1985); Li Saracine – Rappresentazione del miracolo di Santa Margherita a Villamagna (Pescara, 1978); La Madonna de lu Sudore (Ripa Teatina, 1985).

La sua devozione per il vernacolo lo ha anche portato a ricevere un riconoscimento da Papa Paolo VI nel 1976 e da  Giovanni Paolo II nel 1983, i quali lo hanno elogiato per la pubblicazione del Vangelo in versi abruzzesi e per tutte le sue opere che sono ricche di una profonda religiosità e di messaggi immediati e semplici, in grado di arrivare dritti al cuore.

 

 I personaggi e le espressioni del poeta sono pensati no per sbalordire o far sorridere il lettore, ma per  immergerlo in un mondo di favola.

Proprio l’ambientazione fiabesca con cui l’autore raccoglie i segnali della propria terra ha fatto si che ricevesse numerosi premi nei vari concorsi di poesia come: il premio “Il golfo d’oro” Città del Vasto (1998), il premio “M. della Porta” Guardiagrele (2000), i premi Pescara, Francavilla, Bisenti, Penne, Campli e Arsita, “Figlia di Iorio” Farindola (2005) e il riconoscimento avuto nel Febbraio 1991, presso la Biblioteca  De Meis di Chieti, per i suoi cinquanta anni di attività poetica, di dedizione al dialetto e alla propria terra.

Anche la critica ha sempre mostrato di gradire le opere fraticelliane dalle primissime composizioni.

La sua prima opera è del 1951 con il titolo Cante lu core. Undici liriche; quasi tutte presentano una struttura magistrale, con certi rilievi e scorci caratteristici; tra queste ricordiamo la poesia Arrete a lu campe, importante perché fu la prima in assoluto, scritta nel 1940 durante una delle tante partite di pallone con la palla di pezza.

 

Arrete a lu campe

“ Quande une è pensierose o sta ‘rraiate,

  dentre a la case ferme ‘nce po’ sta,

              arréte a lu campe fa ‘na camenate

   tutte lu panurame va ‘guardà……

                                            allòche sce ca passe ogne tristezze

                                             soltante a remerà che le bellezze.

     Je diche ca ‘nci sta cosa chiù belle

     De che lu monne che se vede allòche:

                 quase de fronte s’ammire la Majelle

                 ‘nche ‘nu cappelle bianche gne ‘nu coche;

                                   dope a diritte, manche a du’ tre passe…                                                                       

                       ‘n’ atre cuccione longhe: lu Gran Sasse!                                                                                                             

          Ma queste è poche, e je quase n’arrive         

          a ‘ntriccecà parole che capace          

          mi fùssere magare de discrive

                      quanta armunije esiste e quanta pace;

                                                                                                      soltante diche a virse puvirille

                                                                                                 ca fa fa a tutte l’ucchie piccirille.

                                         Sembre, cuma gna fusse ‘na pitture

                                          ‘nche tanta culuritte proprie vive;

                                              è ‘n’ òpere che sole la Nature

                                    po’ cumbenà ‘nche préte e acqua sorgive.

                                                                                            ‘Nci sta da fa, je proprie ne le cagne

                                                                                           manche pe ‘nu tesore ‘ste muntagne.

                                        S’arepenzèsse a che lu tempe ‘bbone,

                                            a quanta strille, a tutte le pretate,

                                         a chi li zumbe pe’ Costa Ciambone,

                                            sciuvelarelle e càveze stracciate.

                                                                                                Passè la fanciullezze a cuscì belle

                                                                                         de fronte a lu Gran Sasse e la Majelle.

                                            Ma ‘sta pitture ancore n’è finite,

                                           ci sta ‘na cose, ‘mezze, tanta care

                                           che lùcceche gne fusse de granite,

                                        ‘nu corse d’acqua fresche: la Pescare.

                                                                                            S’arròcele da ‘mmonte a chi li culle,

                                                                                        ‘ntrecce vutate, ‘mbunne e si trastulle;

                                            Passènne a lu Trattore se fa fine

                                         pe s’acciuccà ‘nche tanta devuzione

                                            sotte a lu Ponte dette di Fascine

                                               e finalmente va ‘la Stazione;

 

                                             salute Villanove e sempre cale,

                                       duvente ancore nicche e mo’ scompare

                                            pecchè ‘da fatijà a lu Canale …..

                                          Infine esce contente e va ‘lu mare.

 

                                             E li pinsiere che ci stave prime,

                                         chi me sa dice addò se n’hanne jte?

                                           certe,  tra le muntagne e la marine

                                         come ‘nu sonne mo t’ha scomparite!

 

                                         Oh quanta vote me so’ cunsulate ….

              arréte a lu campe ‘nche ‘na camenate!”[52]

 

 

 

Altra poesia inserita nell’opera è Luntane da Chieti scritta nel periodo del richiamo alle armi nel 1945, in occasione della cacciata dei tedeschi, nella quale il poeta descrive con commozione e nostalgia i luoghi familiari.

 

 

Luntane da Chieti

“Dentre a ‘stu core sente gne ‘na voce

Che m’addummanne spesse e tante belle:

Quande arijamme a che la terra doce,

quande arijamme a che la casarelle?…

… Forse chi sa, dumane o ‘n’atru ‘ccune

… forse chi sa, quande arevè la lune.

 

E ‘ste parole sempre m’aresone

Come ‘nu cante de malincunije      

Che m’areporte a che lu tempe ‘bbone

quande ne ‘n cunuscè la nostalgie…

Allore me parve gne ‘nu sonne

Lu vija vaje ‘n gire pe’ lu monne.

 

Mo, so’ cunvinte ca sonne ne n’è,

ca è lu vére che la favullette

che sempre mamme areccuntéve a me

quande la sera me mettè ‘lu lette;

‘nu bardascelle ‘ere de poch’anne

e mi piacéve che la ninna nanne.

 

“ C’ere ‘na vote, esse cumincéve,

‘nu cavaliere che tutte de ferre

ere vestite e pe lu monne jéve

facente qua e là sempre la guerre,,.

Je le guardéve tante premurose

e piane piane me pijè repose.

 

‘Cuscì, se chiude l’ucchie m’arevede

lu belle corse e tutte li campagne

che so’ lassate pe partì da Chiete,

pure la ville e pure la muntagne.

Mi piace assale ‘sta canzona mute

che scacce la tristezze e po’ m’ajute.

 

Forse però, esiste ‘na speranze

ca’sti fracasse votane a la fine

e pure a me, ‘sta brutta lontananze

finisce e m’areporte chiù vicine

pe’ farme arecantà ‘la paisane

che ne ‘n ze po’ scurdà, manche luntane.

 

‘Sti virse, de stranezze, a prima viste

ve sèmbrene e forse poche usate……

ma je che scrive, diche ca esiste

‘stu belle sentemente appassionate;

 

esiste pecchè sempre m’aresone

le note allégre de la Ciuvitelle,

ogne rentocche de lu campanone,

lu ‘ddore di li fiure de la Ville.

 

…Sunne luntane, vu’ me cunsuléte

facènne monte e ‘bbasse pe’ la mente,

sunne ‘ncantate che nascéte a Chiete,

gne ‘nu tesore ‘n pette je ve tenghe!

 

……………………………………….

………………………………………..

 

Forse chi sa, dumane o ‘n’atru ‘ccune,

forse chi sa, quande arevè la lune!……”79

 

L’amore di Fraticelli per i paesaggi lo portò, in una sera settembrina, mentre il cielo si arricchiva con un fracasso di nuvole, dallo spiazzo retrostante il palazzo di Giustizia (largo Cavallerizza), a scrivere un’altra lirica che intitolò Solitudine.

 

                                Solitudine

                  “Vi sole, ‘nte la sinte, sì smarrite,

                                            ti firme e po’ t’assitte a ‘nu pretone

                                                luntane guide e pinse ca la vite

                                          ne ‘n cante sempre allégre la canzone;

 

  Lu sguarde te se perde alloche abbasse

  a ‘ddo lu sole cale tra li munte,

  a ‘ddo lu ciele sembre ‘nu fracasse

  di fiamme ricamate di trapunte.

 

Tu guide arepenzose e trasugnate

Che l’òpere di lampe e di culure

Che mo, ‘na mana sante t’ha pettate

‘nche poche pennellate d’aria pure….

 

…Te se n’ha jte intante da ‘la mente

li ‘ntrùppeche e li spine de lu jorne,

‘nu vinticele calme solamente

si sbizzarrisce e t’arigire attorne;

 

      Te porte ‘nu prufume acre e fine,

       lu cante de ‘nu ‘rille spensierate,

       te parle, te se stregne chiù vicine…

        ….ni ‘n ci fi case tu, si ‘ncatenate.

 

       Intante mo, da rosce e arancione

       Li nùvele se fanne cenerèlle,

       trédici tucche fa lu campanone

       e trédice ne fa ‘na campanèlle.

 

       “ E’ sere, pare dice che lu sone,

      lasséte ‘bbone gente lu lavore,

jate a ‘la case, v’aspette ‘na passione

jate a ‘la case a retruvà l’amore”.

 

Tu zumbe e, ‘na stranezze mo’ de botte

Te fa li firmichille pe’ la vite;

ta ìveze tramente se fa notte,

camine….e ni ‘n ti sinte chiù smarrite!…”80

 

Questa prima raccolta è dedicata alla madre, a quel simbolo sublime che è la luce della nostra vita, a colei cui si rivolge un amore che è rito religioso. Virgilio Orsini, scrittore e sacerdote, giudica queste poesie, “allegre e appassionate, sentimentali e scherzose, calde e istintive, sono la vena di un poeta che già nei suoi primi passi sa cosa vuole e possiede i mezzi per esprimersi con proprietà ed efficacia”81.

Fraticelli è presentato come un giovanotto che pesa ed esamina i gesti e le parole della gente e poi riesce a trascrivere in modo estroso ciò che ha visto e udito.

“Ora che Cesare De Titta riposa, come un patriarca, sotto la sua terra che egli cantò da innamorato, e Modesto della Porta se n’è partito prima di sera dai suoi cafoni, ed Alfredo Luciani ha ormai tutti i capelli bianchi, non poteva non sorgere nel nostro Abruzzo un altro benedetto figliuolo per prendere il posto dei padri, ovvero Raffaele Fraticelli, timido e buono, ma con un timbro di voce che non inganna”82.

Con Cante lu core ha saputo mettere in risalto la semplicità della vita e i ricordi legati alla sua fanciullezza.

La seconda opera è Lu canestre del 1966 con la critica di Pasquale Scarpitti, capo redattore Rai, giornalista e poeta, il quale, racconta come Fraticelli nei versi composti ha inserito tutto il suo ottimismo e il suo messaggio d’amore: un uomo con un’innata fiducia nei valori della vita.

Scarpitti afferma che “leggere le sue poesie è, perciò, come riscoprire l’essenza delle cose, il significato di sentimenti che i tempi moderni hanno mortificato o disconoscono, il valore di un tempo passato al quale il poeta guarda, e noi con lui, senza più tristezza, con fiducia consapevole, con certezza”83. Fraticelli è descritto come un uomo coerente e un poeta illustre, gioviale, parvente, sa amare il prossimo con ottimismo, è sempre pronto ad incoraggiare e ad aiutare chi ne ha bisogno.

“Sa cogliere nella realtà il significato più profondo. Si dimostra abruzzese integro, in questo suo saper scoprire nel mondo che lo circonda, un linguaggio che appartiene alla parte più antica e genuina della sua stirpe. E’ un abruzzese che ama profondamente la sua terra e il suo popolo. Le sue poesie sono come certe incantate stampe; scritte chissà quando, ma sempre valide”84. I suoi versi hanno “sempre qualcosa da dire, trasfigurano la realtà affidando ai versi un messaggio antico, il messaggio del dolore umano reso fecondo dalla speranza”85.

Fraticelli si avvicina a tutti i valori umani della vita, in tutte le sue espressioni; la sua poesia si fa canto e preghiera e se “un dramma lo sfiora è quando il cuore sta chiuse e n’n po’ vulà, perché allora diventa pesante vivere, difficile e il poeta avverte la fatica di affidare ai suoi versi un messaggio: Ma quanta c-i-ha vulute a aprì ‘stu core; nu ggire di cent’anne ha vuta fa, pi’ ddice ca lu bbene esiste ancore: ‘na cose di niente ce le dà!86

Virgilio Melchiorre, professore universitario, sempre di quest’opera ci dice che è piena di moralità, nell’attento riguardo dell’umana condizione.

Nel richiamare alla memoria un passato favoloso, “Fraticelli cerca nell’infanzia lontana e ritrova il gioco emblematico della giostra ove la fantasia per poco si accendeva sui cavalli di cartapesta o sul rudimentale ondeggiare di finte barchette, ove persino ti incontravi con un angelo trombettiere o con la musica di un organetto sconquassato:

 N’n te sacc-i-addìce quanta mi piacéve ‘jì sopr’a lu cavalle e lu cerelle, dentr’a la barche che m’annazzechéve; quande partè sunè la campanelle.

E tutte m’ha remaste dentr’a ‘m bette: le bandierelle, li strisce culurate, chell’àngele che ssone la trumbette, chell’urganette mezze squatrellate…87

Inoltre si accontenta di porre in versi astratti rimpianti: in Chi seme nù c’è la scoperta della sufficienza delle buone tradizioni, in Sonne nghe mamme viene messo in risalto l’amore materno, e in Lu gemellagge c’è l’occasione per sottolineare temi politici e un po’ turistici.

 

 

 

Chi seme nu’

“Se ‘na crijanze, ma di chille bbone,

vu’ fa a la spose chi ti sì mbracciate,

n’n ge serve li discurse cumplecate,

bast’a ttenè la bbona ‘ndinzijone;

 

di ceremònie ne facéme poche

pecchè nu’ seme fatte a ‘sta maniere:

poche parole, pesate a dovere,

ma si ci strizze ‘na lucce de foche

 

a qquande t’appiccéme nu castelle,

n’àrche de lambitine luccicante,

pecchè tenéme lu core che cante,

e lu balcone nghe le vasarelle!..”88

 

 

 

Sonne nghe mamme

“Aspitte, a mà, ‘ripuse nu mumente,

è mò chi n’n ge facéme ‘na parlate,

                        nen ze fa atre chi sirvì la ggente,

                         ‘na vota tante mettete assettate:

                    parléme pe’ nu ccune sola nu’,

                               lu tempe passe, a mà, pe’ tutt’e ddu’.

 

‘Na vote, bbardascione, a ‘na cert’ore

                       m’areterè ‘la case e lest’alèste

l’accucchiavàme scè ddu’ tre parole,

mentre magnè nu piatte de minestre,

               o mentre mi stirive ‘na cammice

           ca’ccose ce le putavame dice.

 

Mò che s’ammucchie di jurne la vite

                      e ccente cose ce tè’ ‘ngatenate,

 mò chi c-i-avéme nu ccune sbianchite

                      le vò lu core ‘sta rimpatriate;

                   lasséme stà li nericce de lu monne,

                                 chiudéme l’ùcchie, ngundrémece ‘n zonne.

                      Ajjere ssére gnà tajè lu pane,

                       ci scè ‘na lite p’avè lu cantone,

                       ha state nu mumente a ccuscì strane,

                                   sò dette: gué ‘stu pane quant’è bbone!

                                             Li cìtele assettate tonne tonne,

                           hanne dette:<< è lu pane de’la nonne>>. 

 

        Ah, scià benedette, a mà, chi ssì penzate

         <<vedéme se me sente ancore bbone,>>

                         e de matina preste sì ‘mmassate

                         e sì refatte nu bbelle schierane,

                  come ‘na vote, de tempe luntane

                   quande jé pure te dave ‘na mane?

 

Oh, chelu pane a ccuscì sapurite

  che te mettè vulije nghe l’addore,

  m’ha messe nu cirrije pe’ la vite,

   m’ha fatte zumbijà forte lu core ;

                             e da la schin’ a ‘m bette m’ha passate

                    li firmichille che ferme lu fiate.

 

 

Propie è lu vere ca jamme currènne

                       e sfiatijéme gna fanne li cane,

  ogne a ddò guide se va cummattènne

                        pe’guadagnarse ‘na felle de pane;

                              ma pu’ ggerà lu monne a ccape e ppite:

                    lu pane de la mamme è sapurite.

 

…A mà, ca ta ripuse, va ‘lu llètte,

                         jé tenghe nu lavore da finì;                                   

    m’arispunnìve:<<chi je fa, t’aspette,

 tenghe ddu’ cingiarille da cucì>>;

                 e sentavàme li quarte a ssunà

                da lu rellogge de’ la Ternetà.

 

E, certe vote, la mmernata scure

    facè chele scruccate d’acquazzone,

                          piuvéve da lu tette e da li mure,

   apparavàme ciùcchele e bbandune;

                      jé le sapè ca gnà piuvéve fore

                                ‘ccuscinde te piagnéve a ttè lu core.

 

 

                  ‘Ssu core quanta ndrùppeche ha ngundrate!

                          Ha battute de fatine e di guaje,

                   mò m’hanne dette s’ha mezz’ammucchiate,

      ma jé le sacce nin zi stracche maje;

                e pi’ li fije quanta cose fa:

                             trove la forze ancore d’ammassà.

 

      E quande la bon’àlme c-i-ha lassate

lu recorde cchiù bbelle sole tu

li sì sapute dà, chi t’ha parlate

la voce de’ la prima giuvintù?

                        Sopr’a lu llette di chi n’arevè

                    sì vute mette la coperta tè:

 

   chela coperta ricamate a mmane

chi ttì ripuste come nu tesore,

   che t’ha custate le nuttate sane:

    tutte lu tempe de lu prime fiore.

                        Jè le so state tante a remerà

                          e diche ancore gnà si putè fa?

 

 

Ogne file ch’ha messe l’ungenette

                         è file de speranze e di preghiere,

                         ogne punte de chelu coprillette

                         è nu su spire fatte chele sere;

                         soltante lu ricame t’hére amiche

                        e lu lume a petroje de l’antiche.

 

Oh, ma, ne’ mme vulesse smove cchiù

                     Vulesse ca ‘sta nùvele de sonne

                     Aremanèsse sempre attorne a nnu’,

                     quest’è la vera pace de lu monne.

                                       La pace de’la mamme oh quant’addore:

                             de làcreme, de pane e de sudore!.”89

 

 

 

Lu gemellagge

“Da tempe antiche sacce ca sa hùse

   Ca quande nasce ca’cche bardascelle

S’appènne a lu purtone de’ la case

                         Nu fiocche cilistrine o rusatelle ;

                vol dire ca è feste di faméje,

                             contente tutte: mamme, patre e fije.

 

Ccuscinde ‘ste bandiere che se vede

                       Signìfeche ‘na feste queste pure,

 che mò fa stà ‘a remore tutta Chiete:

                        ha nate forse ca’cche crijature?

                          Se vede li parinte che và ‘n gire

                        ‘na poche parle pure furastiere;

 

a ècche ci sta sotte ca’cche micce,

sarà micce ‘mpurtante certamente,

    jé me l’addone appene chi li smicce,

nghe l’ùseme ‘ste cose jé le sente;

                                chi vvù, jé so de ècche, ce so nate,

                                   chenosche quanta prete tè’ li strade;

Perciò ‘stu vija-vaje, ‘sti ‘pparecchie,

‘sti vutomòbbele, ‘stu pòpele straniere,

                      è cose nove, e sùbbete da all’occhie

                      e certe a nnu’ ce fa tante piacere:

                                   e pare ca si chiame…<<gemellagge>>,

                         chi fusse di precise ne’ le sacce.

 

                      Dice: a la France esiste ‘na città

ca quase a reccuntarle nen ze crede,

                       nen sacce chi l’ha jte a retruvà

 s’aressumméje tale e quale a Chiete:

                                      è gente che fatine, ggente bbone,

                         gnà ja ruggire cante ‘na canzone;

 

pe qquesse ogge c-i-avéme affratellate,

                     li dice le bandiere ch’hanne appese,

                     séme gemelle propie spiccicate

                     parléme nu ccunucce… giargianese;

                            c-i-avaste ‘na cantate e nu ballette

                                       lu monne è grosse come nu… cumbette!         

 

 

Chi se ne po’ scurdà di ‘sta jurnate!

  Pi’ jjì ‘la France – si dicè ‘na vote –

    s’avè da jì ‘n carrozze, e cirte strade,

                         s’avè da recagnà parie e rote;

                                   ogge a la France stéme vocche e nase,

                           séme fratille, gnè ‘na stessa case.

 

Se parle de pregresse, e ‘mminzijune,

chiunque te’ vulije, acchiappe e vole,

                      sopr’a li razze mò se va ‘la lune,

lu monne nen è cchiù gnè ‘na cajole;

                          levéme li cangille e le catene

                                   n’n ge vò niente a vulèrese bbene.

 

‘Sta ggente ch’ha vinute da luntane

                        ha viste le muntagne chi ci sta,

      ha ‘ndése a ssunà a ffeste le campane,

lu mare nostre ha viste a zumbijà:

                                  li stesse cose de’ le parta lòre

                                     è  tutt’uguale, tè’ tutte nu core;   

 

 

fatìjene contente tutta l’anne,

           la pènzene gnè nnu’: ggenta sincere,

             e…sonne mastre in fatte di bicchiere;

                             perciò mò je facéme nu regale:

                              je déme pe’ rricorde nu vecale.

 

             Ccuscinde quande vè l’immerne crude,

Lu fuculare lambijéje appene,

Se fanne ‘na terate a la salute,

a la salute di chi je vò bbene;

                              è belle areccundarse da luntane

                                ‘na favulette ogge e une dumane.

 

…Se ca’ cche vote avessa capetà   

     di sintì ‘n zonne a ttuzzelà a la porte,

                          jate a vvedè, pò èsse’ ca ci sta

     lu core nostre chi sta a sbatte forte.

                                      E jamme, apréme strade e radarelle,

                                        gne une che se ngondre è nu fratelle!.”90                                                

 

Il poeta dunque vive di memoria, ma di una memoria volta al futuro. Da umile poeta dialettale, “raccoglie antiche figure ed essenziali saggezze, e le tramanda, le strappa all’oblio perché nulla sia perduto e tutto sia e si fecondi nell’unità dei tempi.”91

Del 1972 è Fronne, opera in cui ha voluto raccogliere delle poesie che in qualche modo erano legate alla sua vita come, Lu prime d’ahoste in memoria del padre morto il primo di Agosto del 1955.

 

 

 

 

 

Lu prime d’ahoste

“Si ndra’-cchiappàte

‘ssu fanguttèlle d’usse

e ti si’ presentate

a Ddije.

“ Eccheme, Princepà,

“ jé so ‘rrevate.

(le mane piene di calle!)

“ Sò spaccate  le prete,

“ sò cariate l’acque pe’ bbeve

“ e li cippe pe’ lu foche;

“ ’sta sanìVe ‘m bronte

“ me le so ‘bbuscate

“ a la Guerra Mondiale.

“ Dunque, lu Princepà,

“ a qquala scanzìje

“ m’avessa-sistemà’?”

 

….Curre, fa feste,

acchiappe,

jamme,

n’-gi-a-repenzà’;

ammucchie, ammucchie,

ne gguardà ‘m bacci-a nisciune!

…. E ce ‘ngatriccème

jorne pi-jjorne

a ‘sta matasse di schjume….

Lu prime d’ahoste

Passe e ripasse,

quase quase

n’-ge n’addunéme cchiù….

Ma, avaste ‘na Messe,

nu fiore, nu su spire,

pe’ cce salvà’ pure nu’?”92

 

Degna di nota è la poesia La zenghere che lo ha portato a vincere il primo premio del concorso Teramano del 1967.

 

 

La zènghere

“Gialle,

verde,

rosse,

e ffiure

  e ffronne

  e frange.

 

Nu citilucce ‘m bracce,

         n’atre appiccicate a la vonne.

                                 Pite scavezze

      Senza nu mòcceche de terre

                                 pe’ ‘sse pusà’ ;

                                 capille ‘ngatricciate

                                  de vente;

                                  core senza parole

         dentr’a nu bbavuje de ferre.

 

Ucchie de speranze:

                                    lambe andiche,

                                    che pure abbruce

                                     e vva ‘n giele!.”93

 

 

Qualche anno dopo, nel 1976, scrive Parole de Vangele, passi scelti dai vangeli di S. Matteo - S. Marco - S. Luca e S. Giovanni. Un’opera questa che ripercorre i momenti salienti della vita di Gesù dalla nascita alla resurrezione.

Il poeta ha voluto riportare in vernacolo la parola di Dio per permettere anche alle persone meno colte di comprendere le parabole più significative del Vangelo. La scelta di Fraticelli di affrontare questo percorso di traduzione è stato dettato dalla considerazione che anche Gesù usava predicare alla propria gente in aramaico, cioè nel dialetto del posto. Il critico d’arte Mario Pomilio, afferma che “le sue Parole de Vangele non sono un’esercitazione di tipo letterario o una velleitaria traduzione di Vangeli in versi dialettali: sono, attraverso il veicolo del vernacolo, un recupero della popolanità intrinseca dei Vangeli.

Egli ha rotto l’involucro sia del latino chiesastico sia delle dotte e accurate volgarizzazioni degli ultimi secoli per riproporre il Vangelo, appunto al modo d’un cantastorie, come una grande narrazione popolare parlante di per sé, con l’evidenza dell’accadimento e la presa dell’esempio vicino e quotidiano, e d’un linguaggio domestico, familiare, proverbiale, colloquiale, contadino, concreto, quale fu appunto alle orecchie di coloro che lo ascoltarono per la prima volta.”94 Semplice nella forma, arricchito e rimaneggiato senza però alterare la forma dei Vangeli, quest’opera sviluppa i temi originari aggiungendo via via  dettagli inediti.

Dello stesso stampo è l’altra opera del 1977 Marije - la Madonna nei Vangeli. Il cantore ha saputo nell’opera immedesimarsi come fosse un testimone diretto, pronto a carpire ogni respiro di quell’evento grande.

Ha tradotto in dialetto questi passi del Vangelo, restituendo al testo originale la sua autentica popolarità. Tra i vari passi raccolti nell’opera spicca: L’angelo annuncia alla vergine Maria la divina maternità dove l’accettazione da parte di Maria alla proposta dell’angelo è descritta in maniera tanto semplice quanto commovente.

Il poeta ha saputo mettere in risalto un semplice gesto, quale il “si” detto da Maria all’Arcangelo Gabriele, come un atto di totale devozione e concessione a Dio: “e scine toh lu core, jé so pronte, la vuluntà di Ddije je l’aspette, ècche li stregne gia ‘stu mumente!…”95

Di tutt’altro stampo è La cucine de mamme del 1978, in cui Fraticelli costituisce un memoriale dei valori e tradizioni culinarie abruzzesi.

 L’opera nella terza edizione del 1997 è stata realizzata con il patrocinio dell’Accademia Italiana della Cucina fondata nel 1953 da Orio Vergani grazie all’intervento di Mimmo D’Alessio, delegato per la regione Abruzzo.

Il libro è un misto tra poesia e cucina, coniugate tra loro con impareggiabile maestria, come solo un vero poeta può fare; vengono evidenziati l’amore materno, con le immagini domestiche e gioiose, mentre la padrona di casa prepara il cibo.

Le ricette sono riportate nell’opera in maniera incantata, come se fossero favole per esaltare la laboriosità di tutte le mamme della terra d’Abruzzo e sono così precise e dettagliate che, ormai, “fanno parte del patrimonio culturale della nostra terra; alcune di esse sono legate ad eventi particolari come La cicirchiata di carnevale o La cene de la Vigilie di Natale96.

Ottaviano Giannangeli, professore universitario, critico e poeta, ha voluto partecipare all’elogio di questo libro descrivendo come nel testo si trovano “il gusto, la sapidità, la scienza, la vecchia esperienza che si coagula in saggezza o se si preferisce, in arte di vivere dell’uomo medio abruzzese”97, l’uomo legato sempre ad una tradizione che sa guidarlo e condurlo tra le complicazioni dei modelli contemporanei.

Questa opera è un “monumento elevato alla cucina abruzzese, la descrizione gioiosa di un rito che coinvolge tutta una civiltà: contadina e artigianale”98.

Il poeta presenta al pubblico le ricette in un linguaggio “alla buona” e forse, per modestia, non è convinto di seguire un ritmo popolare, ma già l’indice del libro si presenta come una composizione, un menù cantato e recitato.

Tutte le ricette sono accompagnate da illustrazioni dove gli oggetti da cucina parlano di una civiltà passata, della storia della nostra vecchia economia domestica.

Fraticelli era spinto tra le altre cose, dalla volontà di far conoscere alle nuove generazioni quegli oggetti che raccontano un passato ormai dimenticato a causa del progresso culturale e dell’evoluzione tecnologica. Il libro è da tutti i punti di vista una “ghiottoneria”.

Terminata la parentesi culinaria Fraticelli torna ad omaggiare la sua Chieti con Paradise piccirille del 1987. Mario D’Alessandro, direttore della biblioteca universitaria D’Annunzio, giornalista e critico d’arte, afferma che il poeta “con un linguaggio familiare, da racconto vicino al focolare, proprio la notte di Natale, va alla riscoperta di personaggi che sono legati alla vita quotidiana della città, di personaggi che non avranno mai una lapide sui muri o su qualche monumento, ma che hanno trovato un cantore sensibile e partecipe della loro condizione di vita.”99

Questa raccolta di poesia descrive i personaggi con minuzia di particolari, tanta accuratezza che è possibile figurarseli in tutta la loro umanità carica di dolore e di sofferenza. Mario Di Cola, direttore del settimanale Amico del popolo, intervenendo nel commento di quest’opera, parla di Fraticelli  come un cantore qualificato,  nella bella parlata paesana.  La valenza umana e poetica di questo felice novellatore in versi è nota e ogni sua nuova produzione rappresenta solo una conferma e una maturazione.

Inoltre afferma che quando gli è pervenuto tra le mani questo Paradise piccirille fraticelliano, (che giammai vuole competere con l’opera dantesca), si è messo a scorrere con occhi di festa quei versi svelti nella forma e più angolati sui personaggi minimi della vita.

E’ storia della Chieti dell’ultimo secolo: “è storia di una città, vista dal basso, come guardare l’albero dalle radici piuttosto che dalla chioma frondosa. Con che passione! Che gusto!”100.

Tutto in questo componimento parla in maniera soave, sia la gente più povera che le cose più piccole. Il ricordo da coraggio alla vita.  “Ricordare certi personaggi che ci sono passati accanto nel quartiere, nella città, nel nostro mondo di ieri, ci sostiene ancora nel cammino.”101 Grazie alla poesia questi ricordi vengono rivissuti portando nel cuore allegria e nostalgia. Così gli ultimi diventano i primi nella classifica della memoria, come lo sono diventati per il Signore. Questa è poesia vera, di quella che il tempo non può scalfire e che va al di là dei confini momentanei.

Poesia pulita e forse ispirata, dove si ritrovano parole schiette e immagini di luce che passano davanti agli occhi incantati. La voce dei personaggi è sommessa, nel riflesso della loro umile condizione di vita.

C’è in questo paradiso gente che si rivede, cammina come in processione e il poeta può parlarci tutto come in una favola.  C’è Attilio Chiu-ppa-ppà, Elena Ndo-ndò e tanti altri.

Il poeta ascolta  la loro voce che diventa, egregiamente rielaborata, lezione preziosa di vita.

“Non sarà questa storia da manuale, ma la si può leggere come cronaca ancora viva, osservata dalla finestra di casa, scritta in punta di lapis”102, una narrazione che ti coinvolge interamente e che riesce a commuovere e strabiliare. I componimenti poetici lasciano il posto nel 1988 ad una raccolta di opere teatrali dal titolo Abruzzo teatro.

Marcello de Giovanni, professore universitario, nella lettura di questo prodotto artistico, da rilievo alla realizzazione del testo teatrale in versi, che comporta “sul piano della comunicazione e dello spettacolo, una osmosi degli elementi specifici del teatro e della poesia, rivelatrice di una sempre viva aspirazione all’unità artistica e di una tensione alla sperimentazione delle capacità espressive dello strumento linguistico, disciplinata dalla versificazione.”103

Il poeta qui usa il dialetto scientificamente, con studiate modulazioni di registro. Il dialetto fa trovare all’autore la sua libertà espressiva e il modo più idoneo per arrivare a sensibilizzare un vasto pubblico popolare e non.      

Melchiorre invece ci descrive un Fraticelli che con Abruzzo teatro ha raggiunto la sua maturità poetica. Nella raccolta ci sono tre personaggi: il primo è L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, che Fraticelli ha riportato in versi dialettali dall’originale in prosa, anche se con una traduzione non fedele all’originale, in quanto andava rifatto il movimento del discorso che doveva saldarsi con altri ritmi.

La storia ritrae “un uomo condannato dal tumore, che si attacca disperatamente alla vita, come una pianta rampicante che s’atturcine attorne a li firre de ‘na cancellate, ma non alla manciata di giorni che gli resta ancora, bensì a quella degli altri, rubata attraverso le vetrine dei negozi, agli angoli delle strade…

E lo consuma lo strazio di voler convincere se stesso, che l’esistenza in fondo è ’na ‘ffacciate de finestre e proprio per questo a nisciune gne n’avesse ‘impurtà ca finisce, ma non è vero!  L’uomo dal fiore in bocca sa che ce le senteme tutti quinte a ècche, come nu groppe a la gole, lu guste de la vite, che nen z’accuntente maje, che nen ze po’ accuntentà maje. Per questo egli si sente, come l’umanità intera, la vittima di una beffa crudele che inizia con la nascita.”104

Altro personaggio è Carmenelle de lu vente dove, secondo Melchiorre, si ha l’invenzione più alta della raccolta Abruzzo teatro: “la vita con i suoi ritmi, i suoi circoli sempre uguali, appunto come il vento che non si sa da donde venga e che gira e rigira, porta e toglie, cieco messaggero del Destino”105. “Carmenelle de lu vente  narra di una povera contadinella, creatura dei campi che nasce nella miseria e continua a viverci dopo la morte della madre a causa della guerra.

Li pite scaveze, sempre currenne, sentè la terra calle, lavurate, ‘na fruvelètte, lu core abballenne… la citelanze… Lu tempe affatate!…

Anch’essa diventa però ben presto vittima della vita, cante che nn’ha truvate maje parole, di una brutalità bestiale che Carmenelle non capisce, non può capire e che pure, nel suo orrore, le regala quella che potrebbe essere l’unica cosa bella della sua esistenza, un occasione di riscatto: un figlio.

 

E su questo figlio, si riversa l’amore disperato e selvaggio della donna:  fa leste, crisce, ca jamme lundane; gne ddu cillucce pieme lu vole….

Anche il bimbo però le viene strappato dal destino, con la rapidità crudele di una stella cadente, ma fa in tempo a chiamarla per la prima volta mamma: la parlatura nostre!…Scine! Scine!…Nghe ssangue e latte je i l’avè date…

Adesso nell’animo della donna c’è posto solo per una rassegnazione stanca, non vuole lottare più : aspette mo ch’arepasse lu vente ca mi c-i-appoje, e me ne vaje nghe Hèsse !…106

 Questo personaggio è senza dubbio tragico e Fraticelli non esita a disegnarlo con una passione incontenibile.      Questa, come quella dell’Uomo dal fiore in bocca, è una storia di solitudine. Anche la storia del terzo personaggio, Zì Carminuccio, va letta nello stesso senso anche se la sua maschera sembra quella della commedia divertente.

“Dal 1944 ad oggi Zì Carminuccio è diventato un personaggio sempre più popolare ed amato dal pubblico: uomo dei campi che cerca un contatto con l’ordine borghese e che invece trova solo complicazioni burocratiche”107.

 

 

 

 

 

 

Il povero Carminuccio vorrebbe superarsi, cerca di intendere il linguaggio colto, ma la sua logica è ancora legata alla semplicità della terra. Questo personaggio “dischiude sentimenti di tenerezza e di nostalgia per un mondo che aveva i suoi linguaggi e i suoi valori e che ormai non può più essere raggiunto o toccato.”108 Di questo mondo povero Fraticelli ne parla con passione e penetrazione.

Del 1989 è Glasnost, voce de pòpele, rievocazione del tempo che fu in una Chieti divisa in due, ovvero lu quarte de sopre e lu quarte de sotte. Via Arniense formava la immaginaria via di demarcazione.

“L’immemorabile attrito di rivalità e competizione tra gli abitanti dei due rioni, non si estingueva; pertanto le questioni più infuocate – quasi sempre – si decidevano…. a sassate!”109 Intensa la caratterizzazione dei personaggi tipici come Zapolle, Attilie cchiu-ppa-ppà, Elena ‘ndo-ndò, Totò lu cameriere e altri ancora, nella lieta tenerezza di un costume del tutto diverso, quando per esempio c’erano le porte sempre aperte delle case.

Sulla scia di Glasnost, ha scritto, nel 1995, Giorni di festa e dintorni, molto di più di una raccolta poetica. La professoressa universitaria Eide Spedicato informa che “è piuttosto la ricostruzione di un intero cosmo in miniatura, ora in ombra e taciturno, ma fino a poco tempo fa incredibilmente cromatico e sonoro; corposamente denso di orgoglio e di innocenza, di malizie e di pudori, di devozione e di superstizione.”110 L’autore qui ha saputo disegnare volti e maschere, odori e sapori in una maniera così penetrante da ridare vita anche ai paesaggi dell’anima.

Fraticelli è un cantastorie e sa raccontare con emozione la sua città, la sua gente e descrive gli eventi giorno dopo giorno rinnovandoli e accrescendoli di nuovi e inediti dettagli. “Un affabulatore che è sempre dentro le sue storie, i suoi bozzetti, i suoi quadri, anche quando assume toni distaccati e lontani o si abbandona a garbati giudizi, o lascia sprigionare la sua particolare vis comica e drammatica”111.

“Ansioso di salvare un patrimonio di pensieri e di cose sempre più appannato e insidiato dalla voracità di un mondo distratto e malato di fretta, troppo presentista per poter apprezzare le capricciose imprevedibilità e i gustosi labirinti di senso di un universo tutto giocato sul valore della tradizione”112.

Giorni di festa e dintorni è ordinato secondo i cicli dell’anno. Partendo dal Natale, Fraticelli percorre un itinerario in cui coniuga tradizioni popolari, devozione ai santi e ricette culinarie dando una visione a tutto tondo delle feste abruzzesi. Inoltre non manca di decantare i coprotagonisti di tanti eventi reali o ideali della società riprodotta ovvero gli animali.

Il lupo ladro di bambini che S. Domenico ammansisce, i cavalli disordinati e schiumanti della corsa dei barberi, la gatta regina di Porta Pescara che guarda il mondo con la distante aristocraticità di una regina, il pettirosso che patisce e si duole del Cristo in carcere, sembrano ridimensionare l’uomo al cospetto del regno animale.

Non mancano gli odori sani degli ambienti casalinghi che richiamano alla memoria i bei tempi passati, come nella poesia Lu prime fiore scritta per la sua compagna dopo averle colto un timido fiore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lu prime fiore

“Da quanta tempe che n’-g-i-arepasséve

da chela strade nghe lu punticele,

come nu sonne me l’arecurdéve

li tre chiappine, chelu particelle….

 

Ogne pentone mi dice ‘na cose,

tutte arecorde lu tempe passate;

e ci sta ancore la piante de rose

sempre fiurìte d’immèrne e d’estate…

 

Appene le so viste, nu tremore,

senza parlà m’ha fatt’aremanè;

alloche l’avè cote chelu fiore:

lu prime fiore che so date a ttè!”113

 

 

 

L’opera è, dunque, caratterizzata da numerose sfaccettature agro-dolci che adombrano il rimpianto del passato, ma che ci ricordano che negarne il senso significa cadere in una mutilante apatia, negarsi ad ogni conoscenza di sé. Il poeta, che invece sa ascoltare e comprendere ciò che il passato racconta, ha saputo fondere suoni, immagini, voci fino a creare una piccola/grande storia amica della vita.

Spedicato conclude giudicando Giorni di festa e dintorni gradevole e intrigante “come intrigante e gradevole è il suo autore, che sa indossare con elegante disinvoltura sia la maschera melanconica di Pierrot che le vesti festose di Arlecchino.”114 Nel 2003 pubblica il libro Canti d’incontro.

Umberto Russo, professore e critico d’arte, spiega come Fraticelli ha saputo affrontare un’antologia tutta particolare della sua poesia in dialetto: l’ispirazione per i suoi versi l’ha trovata visitando le sale del museo Costantino Barbella, uno dei gioielli culturali di Chieti.

Il poeta è riuscito in maniera eccellente a coniugare pittura e poesia, dove la parola rispecchia i colori e le forme, “il ritmo dei versi si accompagna a quello delle linee, delle masse, delle sfumature.”115

Nel libro varia la gamma dei soggetti che hanno ispirato il poeta: “da motivi di pietà religiosa e scene di folclore, dalla gastronomia regionale a particolari situazioni psicologiche e sentimentali”116 come l’atto d’amore fatto da Le femmene di Chiete che durante i rastrellamenti nazi-fascisti salvarono la vita a numerosi giovani urlando “vanno acchiappènne!” 117.

 

Le fèmmene di Chiete

“Quattre carte aggiallite de sonne

                       arevè ‘ccape dope de tant’anne:

      ucchie sbarrate a revedè’ ‘stu monne,

    a ssintì tanta voce ch’addummanne:

 

 

“Ma, ch’ha successe? Jamme, areccuntéte.

                  Lu…coprifoche? E chela fama nere…

                  Suldate giargianìse dentr’a Chieti,

                   lu ‘ccit’accìte, lu fredde, lu scure…

 

                    E li sfollate? Forse centimile!…

                    Dentr’a li fùneche, sott’a li titte,

a li chiese, ammonte pi’li campanile…

                     e, senz’arifiatà’, stracciate, zitte!…”

 

                      …E po’, chela matine, la “retate

di bbardassciune e patre di fameje;

verse la Ternetà, tutte acchiappate,

                messe sopr’a li càmie e parte! e… addije!…

 

         “Arbàjete!”… “Kaputte!…” ‘ste parole

          puzze de guerre. Chi cummanne spare.

Parle cannune, fucile e pistole…

           L’arie è ‘mbrignate de veléne amare…

 

 

 

       Ma, Laurette, Fandonie, Cecchelle,

                            Cajtanelle, Durocce, Nerine,

                            Chiarine, Filippucce, Rechettelle,

                            Diamante, Flaviette e Milanine…

 

                            ‘Ste mamme sante de la Ciuvitille,

                             se fa curagge, nen penze a le bbomme ;

                             ‘bbass’a li ruve si jèttene a strille:

                            “Facéte scappà l’ùmmene, a nnasconne!…

 

                             “Vanne acchiappènne! Li caìne, attente!…

                             Case pe’ ccase, ‘ste bestie arrapate;

                             fanne la spije, arrèstene li ggente,

                              chi s’arefrònghe, more fucilate!…”

 

                              …Le pàggene, a ‘stu punte s’ammutìsce,

                              quase ca le parole avesse scorte.

                               ‘Sti fatte, ogge, ci sta chi le capisce?

                               Se sa che parlature tè’ la Morte?…

 

                                ‘N-z’ ha da sprecà’ ‘ste mujìche de pane.

                                 Hocce de sangue vive e de sudore:

                                 è la sumende che serve dumane,

                                  lu lèvete pe’ ffa’ lu pane nove!…

 

                                   Nu’, mo, l’areccuntéme, ‘n grazi-a-Ddije!

                                   Giuvenuttille e c’eme capetate;

                                   tenéte a mmente! – dicéme a li fije –                                                 le “fammene di Chiete,c-i-ha salvate!…””118

 

Importante il tema del sacro nei sui riflessi più popolari, con i versi sull’Annunciazione di Maria, come sentimento e culto devozionale della gente comune. Una Maria commossa e pervasa dal momento dell’annunciazione.

Oltre al tema sacro, il poeta ha scritto anche componimenti che trattano degli affetti familiari. In Lu sonne, racconta l’usanza di infilare una moneta tra le fasce della creatura che dorme con l’auspicio che porti sonni felici, e nella poesia Raffaele  narra la sua nascita e racconta della felicità del nonno  che esorta i genitori a chiamare il nascituro come lui. Non mancano liriche che “svolgono con delicata sensibilità tematiche sociali, come le condizioni di vita dei rom e degli emigranti: La zenghere, Lu migrante, Ha rivinute Rocche da ‘sse Mereche119 oltre a quelle che rievocano la dolorosa storia locale che fu l’occupazione nazista del 1943-44. Tutto questo e tanto altro il poeta ha saputo descrivere con umiltà d’animo e sensibilità  da portare il lettore, che si avvicina a questi versi, a rivivere con enfasi momenti della storia passata. Nel 2004 traduce in versi abruzzesi La Figlia di Iorio. Pagine scelte, in occasione dei cento anni della tragedia dannunziana. Il poeta vuole dare al dramma un’impronta regionale e ne vuole sottolineare i tratti salienti.

Sceglie dai tre atti del testo originale alcune delle scene più significative. Umberto Russo a riguardo afferma che il risultato è stato soddisfacente, sotto un profilo di genuinità e di rispetto verso il capolavoro di D’Annunzio.

Fraticelli “ha adottato un linguaggio vibrante e comunicativo, attinto al parlato, ma ignaro di quelle tonalità poetiche che esaltano i momenti apicali del dramma”120.

Russo sostiene che ci si trova davanti ad un poeta che possiede la capacità di scavare nelle proprie e nelle altrui emozioni e di descriverle con una limpidezza formale che lo porta ad essere uno dei più interessanti esponenti nel panorama della dialettalità abruzzese.

Per costruire le pagine di questa grande opera, ovvero La Figlia Di Iorio, Fraticelli è stato ispirato dai luoghi incantati della Maiella, come l’eremo di Santo Spirito, la cappellina della Maddalena, i suoni dei campanacci delle greggi che si abbeveravano alla cascatella del vallone e da tante altre immagini che si sono fuse dando vita ad un concerto dell’anima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] C.f.r. pag 29 di Fronne e capitolo 5 della tesi.

[2] C.f.r. M. de Giovanni 1993, pag 3.

3 Marazzini 1998, pag. 120.

[3] Marazzini 1998, pag. 120.

[4] Gibellini, Oliva, Tesio 1991, pag. 23.

[5] Gibellini, Oliva,Tesio 1991, pag11.

[6] Gibellini, Oliva, Teseo 1991, pag. 24.

[7] Gibellini, Oliva, Teseo 1991, pag. 26.

[8] Marazzini 1998, pag. 182.

[9] Marazzini 1998, pag. 13.

[10] Marazzini 1998, pag. 183.

[11] Marazzini 1998, pag. 184.

[12] Dionisotti 1999, pag 133

[13] Marazzini 1998, pag 14

[14] Marazzini 1998, pag. 15.

[15] Marazzini 1998, pag. 210.

[16] Marazzini 1998, pag. 210.

[17] Marazzini 1998, pag. 217.

[18] Marazzini 1998, pag 221

[19] Marazzini 1998, pag 224

[20] Marazzini 1998, pag. 238

[21] Marazzini 1998, pag 249

[22] Marazzini 1998, pag. 279.

[23] Marazzini 1998, pag. 309.

[24] Dionisotti 1999, pag 27

[25] Marazzini 1998, pag 324

[26] Marazzini 1998, pag 348

[27] Marazzini 1998, pag. 375

[28] Marazzini 1998, pag 359

[29] Marcato 2005, pag 149

[30] Marazzini 1998, pag 360

[31] Grassi,  Sobrero, Telmon 2003, pag 26

[32] Marazzini 1998, pag 380

[33] Marazzini 1998, pag 382

[34] Marazzini 1998, pag 383

[35] Marazzini 1998, pag 250

[36] Marazzini 1998, pag 25

[37] Grassi, Sobrero, Telmon 2003, pag 245.

[38] Graffi,  Scalise 2003, pag 48

[39] Marcato 2005, pag 15

[40] Brevini 1987, pag XI.

[41] Brevini 1987, pag 271.

[42] Beccaria 1975, pag 104.

[43] Beccaria 1975, pag 116.

[44] C.F.R. Beccaria 1975, pag 121.

[45] Beccaria 1975, pag 124.

[46] Brevini 1987, pag 293.

[47] Beccaria 1975, pag 151.

[48] Beccaria 1975, pag 159-160.

[49] Oliva, De Matteis 1986, pag 12

[50] Oliva, De Matteis 1986, pag 22.

52 Oliva, De Matteis 1986, pag 25.

53 Oliva, De Matteis 1986, pag 26

54 Oliva, De Matteis 1986, pag 28

55 Oliva, De Matteis 1986, pag 30

56 Giammarco 1969, pag. 490.

57 Giammarco 1969, pag. 433.

58 Giammarco 1969, pag 79.

59 Giammarco 1969, pag. 79.

60 Giammarco 1969, pag. 80.

61 Esposito 1989, pag 73.

62 Giammarco 1969, pag. 94.

63 Giammarco 1969, pag. 509.

64 Giammarco 1969, pag. 97.

65 Oliva, De Matteis 1986, pag. 38.

66 Oliva, De Matteis 1986, pag. 39.

67 Giammarco 1969, pag. 101.

68 Oliva, De Matteis 1986, pag. 44.

69 Oliva, De Matteis 1986, pag. 51

70 Oliva, De Matteis 1986, pag. 63.

71 Esposito 1989, pag. 160.

72 Oliva, De Matteis 1986, pag. 63, 64.

73 Oliva, De Matteis 1986, pag. 65.

74 Oliva, De Matteis 1986, pag. 66.

75 Brevini 1987, pag 137.

76 Brevini 1987, pag 139.

[51] Rendine 2004, pag 4.

[52] Fraticelli 1951, pag 14.

79 Fraticelli 1951, pag 32.

80 Fraticelli 1951, pag 29.

81 Fraticelli 1951, pag 5.

82 Fraticelli 1951, pag 6.

83 Fraticelli 1966, pag 7.

84 Fraticelli 1966, pag 8.

85 Fraticelli 1966, pag 8.

86 Fraticelli 1966, pag 9.

87 Fraticelli 1966, pag 13.

88 Fraticelli 1966, pag 85.

89 Fraticelli 1966, pag 93.

90 Fraticelli 1966, pag 141.

91 Fraticelli 1966, pag 15.

92 Fraticelli 1995, pag 197

93 Fraticelli 1995, pag 316.

94 Fraticelli 1976, pag 7.

95 Fraticelli 1977, pag. 15.

96 Fraticelli 1978, prefazione.

97 Fraticelli 1978, prefazione.

98 Fraticelli 1978, prefazione.

99 Fraticelli 1987, prefazione.

100 Fraticelli 1987, prefazione.

101 Fraticelli1987, prefazione.

102 Fraticelli 1987, prefazione.

103 Fraticelli 1988, pag 11.

104 Savelli Palazzese 1988,  pag 3.

105 Fraticelli 1988, pag 17.

106 Savelli Palazzese 1988, pag 3.

107 Fraticelli 1988, pag 20.

108 Fraticelli 1988, pag 21.

109 Fraticelli 1989, pag 41.

110 Fraticelli 1995, pag7.

111 Fraticelli 1995, pag 8.

112 Fraticelli 1995, pag 8.

113 Fraticelli 1995, pag 70.

114 Fraticelli 1995, pag 12.

115 Fraticelli 2003, pag 13.

116 Fraticelli 2003, pag 13.

117 Fraticelli 2003, pag. 55.

118 Fraticelli 2003, pag 55.

119 Fraticelli 2003, pag 14.

120 Fraticelli 2004, pag 9.